Lo schema di licenze software rischia di frenare l’innovazione: l’UE pronta a correre ai ripari

Il recente report del CISPE (Cloud Infrastructure Service Providers in Europe) evidenzia come come il sistema di licenze adottato dai grandi nomi americani nel mondo del software sia anticompetitivo e distorto. In pratica, i colossi del software tradizionale utilizzano sistemi di licenze poco trasparenti, che includono clausole che cercano da un lato di scoraggiare il passaggio alla concorrenza, dall’altro rendono difficile l’ingresso di nuovi attori sul mercato. Un problema al quale l’UE deve rispondere dal momento che queste pratiche potrebbero minare alla base l’economia digitale del Vecchio Continente. 

Il rapporto del CISPE ha sottolineato una serie di pratiche che non rispettano i principi del libero mercato e, soprattutto ora che l’UE vuole dotarsi della sua infrastruttura cloud indipendente da USA o altri Stati, è necessario intervenire. In particolare, l’analisi si sofferma su alcune pratiche messe in piedi da Microsoft, Oracle e SAP che tendono a generare le condizioni per il vendor lock in, cioè quella situazione in cui un cliente si trova costretto a rimanere legato a un provider per via di costi di passaggio (switching cost) insostenibili o limitazioni tecniche insormontabili. 

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Un esempio è la politica di bundling di Microsoft per Office 365: i clienti di questo pacchetto hanno accesso gratuito allo strumento SharePoint Online, ma se per qualche motivo decidessero di acquistare i prodotti separatamente, i costi salgono sino al 70% in più.

Sempre a Microsoft viene contestata l’inclusione di Teams nella suite Office 365, fatto che spinge i clienti a prediligere la soluzione di collaborazione di Microsoft rispetto alle alternative presenti sul mercato. Non solo: i service provider che decidessero di vendere Office 365 tramite la loro infrastruttura cloud hanno visto i loro prezzi incrementare del 10/15%, cosa che invece non è accaduta a chi ha continuato ad appoggiarsi ad Azure, il cloud di Microsoft. 

Un altro aspetto su cui è stato puntato il dito è la necessità di riacquistare le licenze che già si possiedono, dal momento che è stato rimossa la possibilità di usare sul cloud una licenza già posseduta (BYOL, Bring Your Own License). È il caso di Azure Dedicated Hosts, che impone ai suoi utenti di riacquistare del software che già possiedono nel caso si spostino su infrastrutture cloud dei concorrenti. 

Il CISPE non risparmia Oracle, accusandola di non essere molto chiara nelle sue procedure di fatturazione. Il sistema di pagamento di Oracle infatti è basato sul numero di CPU che gestiscono in database ospitato sulla Oracle Cloud. Nel caso un cliente decida di spostare il suo database su un’infrastruttura della concorrenza, viene fatturato un costo per ogni CPU che potrebbe potenzialmente venire usata dal software Oracle. Fatto che, in alcuni casi, porta a costi fino a 10 volte superiori. Anche se all’atto pratico viene utilizzato le stesso numero di CPU, indipendentemente da quelle potenzialmente disponibili. 

In generale, CISPE critica un approccio opaco, con termini di licenza che cambiano frequentemente, rendendo costose e poco convenienti le migrazioni verso sistemi concorrenti e di conseguenza frenando la concorrenza e l’innovazione. 

In pratica, si sta ripetendo sul cloud quello che già era successo tempo fa con le licenze dei software e dei sistemi operativi. Old tricks, new scenarios“, vecchi trucchi in un nuovo scenario, sottolinea il report. Attualmente, il Digital Markets Act europeo non affronta queste tematiche, che secondo il CISPE sono invece centrali. Come già visto in passato, infatti, attualmente il rischio è che un eventuale processo per dimostrare l’illegalità di tali pratiche vada avanti così a lungo da tagliare fuori dal mercato eventuali concorrenti. 

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