Il cambiamento climatico preoccupa, italiani primi per propensione a modificare lo stile di vita: l’indagine del Pew Research Center

Il Pew Research Center ha intervistato un campione di quasi 3000 persone sparse in 17 diverse economie sviluppate in Nord America, in Europa e nell’area del Pacifico, indagando il sentimento collettivo della popolazione sul tema del cambiamento climatico. Dal campione sono state escluse le economie in via di sviluppo e la Cina, che potrebbero avere l’impatto più significativo sul percorso del clima nel futuro. Il sondaggio offre comunque una prospettiva su quello che è il parere dell’opinione pubblica in quei Paesi che stanno adottando via via politiche volte ad affrontare il problema delle emissioni di CO2. Il sondaggio è molto articolato, motivo per cui cercheremo di riportare le tendenze complessive e consigliamo al lettore di consultare i risultati integrali che si possono trovare a questo indirizzo.

La percezione generale sul tema è piuttosto chiara: il 72% degli intervistati si è dichiarato preoccupato o molto preoccupato di poter essere vittima diretta del cambiamento climatico, mentre l’80% ha dichiarato di essere disposta a modificare il proprio stile di vita per limitare gli impatti del cambiamento climatico. Ci sono però sentimenti contrastanti quando l’attenzione si sposta sull’azione della società, e solamente il 56% ritiene che si stia facendo nel complesso un buon lavoro, mentre il 52% non è convinto che si riuscirà a portare a compimento tutto quello che è necessario.

Le preoccupazioni paiono in generale essere più sentite dai giovani (con le eccezioni di Grecia e Corea del Sud), con gli intervistati nella fascia di età 18-29 che si sono mostrati essere i più preoccupati per danni personali causati dal cambiamento climatico.

La conseguenza di questo diffuso sentimento di proccupazione è che la maggior parte degli intervistati si è mostrata disposta a introdurre cambiamenti nella propria vita che possano aiutare a ridurre le emissioni di carbonio. E’ interessante evidenziare che all’interno dei paesi dell’Unione Europea è proprio tra gli intervistati italiani che si è registrata la maggior disponibilità al cambiamento (93% dei rispondenti). Anche in questo caso sono i più giovani e le persone con un più elevato livello di istruzione quelli che si sono dichiarati maggiormente disposti al cambiamento. In generale dal sondaggio emerge che in molti Paesi è maggiore la percentuale delle persone disposte ad adottare cambiamenti rispetto a quella delle persone preoccupate per un impatto diretto, il che sembra suggerire un’attenzione più comunitaria invece che individuale al problema.

La percezione generale è che tra le grandi economie sviluppate sia l’Unione Europea ad aver fino ad ora svolto il miglior lavoro nell’affrontare il problema del cambiamento climatico, con il 63% degli intervistati che ha espresso parere positivo. Il sondaggio evidenza poi due dati che sembrano stridere tra loro: se da un lato infatti si ritiene che la comunità internazionale stia tutto sommato comportandosi adeguatamente, parallelamente una significativa maggioranza del campione esprime dubbi sulla capacità futura di riuscire a tenere le cose sotto controllo e di fare tutto il necessario per affrontare e gestire il problema.

E’ bene precisare che il sondaggio del Pew Research Center è stato condotto e completato nella prima settimana del mese di febbraio, cioè prima che una serie di eventi atmosferici e disastri naturali si abbattesse sulle varie comunità attorno al mondo. Lo stesso sondaggio condotto ora potrebbe avere esiti differenti, e probabilmente rilevare sia una maggior preoccupazione, sia una maggior propensione al cambiamento, magari entrambe motivate da un danno o un pericolo vissuto sulla propria pelle.

Questo tipo di sondaggio viene portato avanti al Pew Research Center fin dal 2015: da allora il sentimento di preoccupazione è cresciuto per la maggior parte delle economie intervistate, eccetto USA e Giappone dove la percezione del pericolo è diminuita.

Infine è opportuno sottolineare comunque un bias che tradizionalmente affligge i sondaggi in cui vengono indagate le buone intenzioni del campione: tendenzialmente si tende a rispondere in maniera più favorevole che non necessariamente si riflette nel concreto quando è il momento di passare dalle parole ai fatti.


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