Esce metano dai fondali marini dell’Antartide: riscaldamento globale sempre più grave – La Stampa

Ricercatori della Oregon State University hanno scoperto la prima perdita attiva di metano dai fondali dell’Antartide. Non è molto grande, una fessura lunga appena 70 metri. Ma sotto ai ghiacci del Polo Sud si nascondono migliaia di tonnellate del gas serra più pericoloso e quella fessura potrebbe essere il primo segnale di un disastro imminente, che potrebbe rendere irreversibile il riscaldamento globale.

Erano stati alcuni sommozzatori a rilevare per primi, nel 2011, la fuoriuscita di metano da un fondale alla profondità di 10 metri in una zona chiamata Cinder Cones nel canale McMurdo. Ma ci sono voluti altri cinque anni prima che una spedizione scientifica, nel 2016, andasse a studiare il problema. I risultati sono stati ora pubblicati su Proceedings of the Royal Society B, e preoccupano tutti gli esperti che li hanno letti.

Il metano che esce dal sottosuolo viene di solito “aggredito” dalla formazione di una comunità di microbi che lo consuma, ma in questo caso ci sono voluti più di cinque anni prima che i microrganismi cominciassero a comparire. «Il ritardo nel consumo di metano da parte dei microbi è la scoperta più importante –  ha detto il professor Andrew Thurber al Guardian – anche perché non si capisce a che cosa sia dovuto». Non certo al riscaldamento globale, visto che la zona nella quale si è verificata la perdita non ne risente ancora in modo significativo. 

Un rapporto della Nasa pubblicato nel 2018 avvertiva che l’Artico custodisce uno dei maggiori depositi di carbonio organico nei suoi terreni congelati. Si tratta dei residui di vegetali presenti milioni di anni fa nell’area, ora intrappolati nel sottosuolo. Una volta scongelati, i microbi trasformeranno il carbonio in anidride carbonica e metano, che si disperderanno nell’atmosfera. Una prospettiva allarmante, della quale i modelli climatici sui quali basiamo la nostra lotta all’effetto serra non tengono abbastanza conto: il rilascio di metano dall’Antartide e dal permafrost della zona artica potrebbe costituire il punto di non ritorno del riscaldamento globale.

Jemma Wadham, dell’Università di Bristol, ha ammesso che “l’Antartide e la sua calotta glaciale sono enormi buchi neri nella nostra comprensione del ciclo del metano sulla Terra. Il ritardo nella comparsa dei microbi rispetto alla velocità con cui si potrebbero formare nuove perdite è la cosa più preoccupante”.

Il metano non fuoriesce solo dalle aree ghiacciate del pianeta che si riscaldano. Nel mondo ci sono 29 milioni di pozzi di petrolio abbandonati che ne emettono grandi quantità. Solo dai 3,2 milioni di pozzi abbandonati degli Stati Uniti escono 280 chilotoni di metano l’anno, che producono un danno climatico uguale a quello della combustione di 16 milioni di barili di petrolio. Il metano è considerato responsabile per l’10% dell’effetto serra ed è prodotto quasi interamente (circa per il 70%) da attività umane come l’estrazione di petrolio, l’allevamento di bestiame, la coltivazione del riso. La sua capacità di trattenere il calore è 20 volte maggiore rispetto all’anidride carbonica e i danni prodotti dal suo rilascio nell’atmosfera sono largamente superiori a quelli della Co2, sulla quale si concentrano invece quasi tutti gli sforzi di contenimento del riscaldamento globale.

L’Antartide è l’unico luogo rimasto libero dal Covid, e per gli scienziati delle università americane è dunque diventato ancora più difficile riuscire ad andarci. Ma è urgente riprendere lo studio di quella fessura dalla quale esce metano e capire quello che sta succedendo sotto al ghiaccio del continente più misterioso della Terra.

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Esce metano dai fondali marini dell’Antartide: riscaldamento globale sempre più grave – La Stampa

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