Disney+, la censura ai tempi dello streaming

In servizio di streaming Disney+ è debuttato finalmente anche in Europa, ma sempre più utenti lamentano che show e film del passato siano stati censurati. Il primo grande allarme generale è stato lanciato dai fan di Splash – una sirena a Manhattan, film di fine anni Ottanta con Tom Hanks. Nel caso in questione, la pellicola aveva visto un evidente restyling, con una ciocca di capelli digitali che era stata aggiunta per coprire le grazie della titolare sirena, giudicate evidentemente troppo provocatorie. Non solo l’operazione è stata considerata da alcuni come di cattivo gusto, ma è stata attuata con una certa goffaggine e l’effetto crea una notevole dissonanza grafica.

La censura era evidente, ma in nessun momento i consumatori erano stati avvisati esplicitamente di un simile “recut”, solo i fan di lunga data hanno avuto modo di registrare il “tradimento”. Da allora i clienti Disney+ hanno iniziato ad aguzzare la vista, nell’attesa di identificare nuovi passi falsi da parte di Disney. Ne è venuto fuori un panorama illustrato in scala di grigi. Esistono casi come quelli de I Simpson, di Toy Story 3 o di Lilo & Stitch, in cui la censura ha colpito ben prima che i prodotti finissero sulla piattaforma di streaming, ma in molte altre situazioni i film e i telefilm sono stati alterati o tagliati specificatamente per l’occasione.

Basti vedere Gravity Falls, ove alcuni simboli sono stati rimossi, o di Hannah Montana, in cui un personaggio di nome Isis è stato ribattezzato “Ice” per evitare di richiamare alla memoria l’omonima organizzazione terrorista. Neppure i classici Disney sono preservati dal revisionismo dello streaming: una nota scena de Il Re Leone è stata modificata per evitare che nel cielo stellato comparisse una nota easter egg spesso fraintesa. Negli ultimi giorni, internet è invece esploso per commentare la censura imposta alla serie I maghi di Waverly, sottolineando con caustica ironia come una leggera scollatura fosse stata avviluppata da un effetto sfocatura decisamente malfatto.

Disney non ha fornito giustificazioni (o scuse) per l’operato, ma è facile che questa forma di alterazioni sia ormai da considerarsi un punto saldo del futuro dei media. Molte delle produzioni classiche di Disney sono nate in un periodo precedente al grande boom della globalizzazione digitalizzata, altre ancora sono state invece pensate per il mercato locale, resta il fatto che alcuni dei prodotti in streaming erano stati confezionati su misura per un pubblico fondamentalmente Occidentale. Con l’avvento dei servizi di streaming, i distributori vogliono ora raggiungere nazioni con scale morali e legislative molto variegate e per farlo stanno coralmente neutralizzando ogni potenziale elemento offensivo, per quanto labile esso sia.

Disney+ non è la sola a essere corsa ai ripari: anche Netflix è finita con il trasmettere una versione alterata de Ritorno al Futuro Parte 2, tagliando malamente diversi frame per evitare che una rivista osé potesse essere adeguatamente identificata come tale.

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