Coronavirus, polemiche sulla app Salta la «quasi» obbligatorietà – Corriere della Sera

Coronavirus, polemiche sulla app Salta la «quasi» obbligatorietà

Contrordine. Il governo scarta la proposta — allo studio del comitato scientifico — di una app «quasi obbligatoria» per tracciare i contatti delle persone, con l’obiettivo di arginare una eventuale seconda ondata di contagio. L’ipotesi era quella di limitare la libertà di movimento delle persone che non scaricheranno sul proprio telefonino l’app. «Immuni», questo il nome dell’applicazione con tecnologia bluetooth, consentirebbe di avvertire nel minor tempo possibile chi è stato vicino a un positivo, in modo che si possa sottoporre ai controlli del caso con il risultato di individuare i nuovi focolai.

Condivisibile il fine. Molto criticato il mezzo, cioè la limitazione della libertà di movimento. Ma cosa voleva dire in concreto? Si era pensato al divieto di uscire dalla propria regione. In realtà non è del tutto chiaro, perché la proposta era ancora in fase di studio. Ma prima ancora che venisse formalizzata, il governo l’ha scartata in via preventiva. «Non abbiamo alcuna intenzione di limitare la libertà di movimento di nessuno. Semmai si tratta di individuare un sistema in grado di incentivare gli italiani a partecipare al progetto», dice il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa.

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Anche perché da tutti i partiti si erano levate critiche non solo per il sistema «quasi obbligatorio», ma anche per la tutela della privacy. Dalla Lega Matteo Salvini parla di «libertà non in vendita». E perplessità ci sono anche nella maggioranza con il Pd Filippo Sensi: «Il sistema a punti lasciamolo ai paesi autoritari». Mentre Forza Italia con Enrico Costa sottolinea come «il governo stia operando senza minimamente coinvolgere il Parlamento». Su questo punto sembra esserci una schiarita. Nel senso che la regole della app non saranno definite con un altro decreto del premier o con un’ordinanza di Protezione civile. Ma se ne occuperà anche il Parlamento, perché una norma sarà inserita nel decreto legge economico in arrivo nei prossimi giorni.

Niente obbligo di scaricare l’app, come già si sapeva. Niente «quasi obbligo», con le limitazioni per chi si rifiuta. Per spingere gli italiani a partecipare al progetto il governo pensa quindi a una serie di attività aggiuntive per rendere l’app più appetibile. In particolare la possibilità di avere un filo diretto con il medico di famiglia e, previo consenso, di avere ricette e prescrizioni senza più la necessità di andare fisicamente fino al suo studio. In futuro la app potrebbe aprirsi anche alle prestazioni mediche vere e proprie, come la diagnosi a distanza. Ma resta un problema.

Con una partecipazione al di sotto del 60%, «Immuni» servirebbe a poco perché i contatti mappati sarebbero troppo pochi. E il 60% è un obiettivo molto ambizioso per un Paese che ha un rapporto difficile con la tecnologia (siamo i più anziani del mondo), e anche una diffidenza di fondo verso ogni forma di controllo pubblico. «Più alta è la partecipazione, più efficace è il sistema» dice Gianni Rezza, dell’Istituto superiore di sanità. Che non condivide i timori di chi parla di app spia: «La nostra privacy è finita da tempo. Quando apro il mio telefono vedo che lui sa già qual è il mio ristorante preferito, poi mi chiede se voglio comprare di nuovo le cose che ho comprato qualche giorno prima. E adesso siamo tutti gelosi davanti un problema serio, come la nostra salute? Io parteciperò senza problemi».

È chiaro che «Immuni» non è la bacchetta magica ma solo uno degli strumenti a disposizione per limitare i rischi di una seconda ondata. Ma nel governo c’è la consapevolezza che quel 60% è un obiettivo non facile da raggiungere. Ci sarà una campagna informativa con testimonial capaci di convincere. E un hashtag, già allo studio, in grado di fare centro. Basterà?

20 aprile 2020 (modifica il 20 aprile 2020 | 21:51)

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