Coronavirus, l’app immuni debutta con i test: dati custoditi in caserma – Il Messaggero

Il prototipo è pronto e Immuni, la app che dovrebbe garantirci una maggiore libertà di movimento in epoca di Covid-19, sta per essere testata su un campione di utenti e in alcune regioni d’Italia. E’ la versione beta dell’applicazione messa in campo dal governo, quella che verrà sperimentata su alcune migliaia di persone per verificare se ci siano dei potenziali bug. Subito dopo, compatibilmente con le indicazioni della privacy e il passaggio in Parlamento, si partirà con la diffusione a livello nazionale. Il Veneto si è già detto pronto a testarla, e altre regioni stanno manifestando la loro disponibilità. 

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I DUBBI
Nel frattempo, però, quando si parla di dati sensibili e di sicurezza, la politica alza i paletti e chiede chiarimenti. Lo stesso Pd, con i suoi capigruppo Delrio e Marcucci dice che l’app ha bisogno di una legge del Parlamento. Più critico Matteo Salvini: «Su Immuni sono evidenti alcune gravi criticità, tra le quali: chi gestisce i dati raccolti, dove vengono conservati e per quanto e di chi è la proprietà dei dati?». Dello stesso avviso, la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: «Benché l’installazione dell’app sia volontaria – interviene -, quando si entra nella sfera del trattamento dati, soprattutto quelli sanitari, occorre andarci con i piedi di piombo perché il rischio è sempre molto alto: un passaggio in Parlamento è d’obbligo».

Domani il Copasir sentirà il commissario straordinario Domenico Arcuri proprio sull’argomento. Ma è già stato chiarito dal ministro Boccia nella riunione di ieri con le Regioni, che tutti i dati saranno gestiti dallo Stato e che saranno anonimi. Sulla delicata questione della custodia sta ragionando anche la task force, presieduta da Vittorio Colao. E l’ipotesi che sta prendendo piede è di posizionare il server in una struttura del ministero della Difesa o dell’Interno. Probabilmente una caserma, o qualcosa di già predisposto e schermato. Anche se lontano e ben distinto dai server utilizzati da militari e forze dell’ordine per la loro attività sul campo.

Non spetterà comunque a loro gestire le informazioni e, infatti, si sta cercando di valutare chi dovrà materialmente attivare il trigger, il grilletto, e mandare l’alert a chi è entrato in contatto con una persona positiva al virus. Le Asl avranno un ruolo di primo piano, così come le Regioni che stanno già sperimentando le loro app, tipo la Lombardia e il Friuli. Quello che il team di esperti considera necessario è che ci sia una immediata disponibilità di potenza di calcolo, proprio perché l’accesso deve essere molto rapido e così pure l’invio dell’alert.

L’obiettivo del sistema di tracciamento resta quello di tenere sotto controllo possibili nuovi focolai, ed è per questo che è importante che almeno il 60-70% degli italiani scarichino la app sul loro cellulare. Nel caso, poi, di utenti avanti con l’età e, dunque, non proprio esperti di smartphone, l’ipotesi è di utilizzare un braccialetto che avrà più o meno le stesse funzioni: entrare in contatto via bluetooth con un cellulare distante non più di due-tre metri e, nel caso di informazioni sul Covid, inviarle attraverso quello.

IL PARLAMENTO
«Il successo di questa operazione – dichiara Mara Carfagna, vice presidente della Camera e deputata di Forza Italia – dipende da quante certezze saranno date agli italiani. Se, attraverso Immuni, uno di noi viene avvertito di essere venuto a contatto con un positivo, non può essere confinato nuovamente in quarantena e lasciato solo: deve ricevere informazioni e assistenza, visite domiciliari, esami di laboratorio. Non possiamo combattere il virus minacciando o ricattando la popolazione. Gli italiani hanno sacrificato gran parte delle loro libertà personali in nome del bene comune. Il Parlamento ha il dovere, oltre che il diritto, di esprimersi per tutelare, nonostante l’emergenza, i diritti fondamentali degli italiani che è chiamato a rappresentare».
 

Ultimo aggiornamento: 01:31

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