Canzoni e streaming, i compensi mancati della musica online – la Repubblica

L’ultimo appello al governo da parte dei discografici, per un più giusto accesso ai contenuti digitali e per garantire un’adeguata remunerazione dei musicisti da parte delle piattaforme di streaming, era stato rivolto a febbraio dal palco dell’ultimo Festival di Sanremo. In pratica si chiedeva al ministro Dario Franceschini di farsi portavoce affinché il Parlamento italiano recepisse al più presto la nuova Direttiva dell’Unione Europea sul Copyright, una decisione di compromesso adottata a marzo 2019 dopo un lungo e acceso confronto in sede comunitaria. Ormai il consumo musicale avviene per lo più attraverso Internet, ma il modello di business si è affermato solo a favore delle piattaforme streaming mentre editori e artisti stentano a veder colmato il value gap tra contenuti e pagamenti. L’Italia ha tempo fino al giugno 2021 per il recepimento, ma in molti premono per l’aggiornamento delle legge sul diritto d’autore secondo le previsioni comunitarie.
 
Non si può dire che il settore sia entrato davvero nell’era dello streaming, eppure oggi l’industria musicale rappresenta il settore con la percentuale di offerta online più elevata: il 66% per cento in Italia del consumo di musica avviene attraverso lo streaming (dati Fimi 2019). E durante il lockdown lo streaming è cresciuto ancora del 17%. Oltre 50 milioni di canzoni sono accessibili in ogni istante e in qualsiasi luogo con ogni tipo di tecnologia. Gli abbonati ai servizi a pagamento sono cresciuti del 33,5% nel 2019 portando il segmento a rappresentare oltre il 56% del mercato mondiale. Anche in Italia lo streaming è cresciuto raggiungendo un sempre maggiore numero di clienti rappresentando il 66% di tutti i ricavi nel nostro Paese. E a fronte di una quota di mercato del 22% a livello di stream di una piattaforma come Spotify, YouTube (esente finora da responsabilità per i contenuti caricati dagli utenti) raggiunge una quota del 51%, ma se si guarda alle quote di mercato per ricavi generati per gli aventi diritto Spotify genera il 44,5% mentre da YouTube arriva solo il 6,5% di ricavi.
 

Mentre si attende l’approvazione in Senato, che rivedrà questi accordi sulla responsabilità dei provider, il 4 giugno è stato lanciato in Italia un sondaggio che riguarda i diritti degli artisti interpreti ed esecutori, in particolare in relazione ai servizi streaming come YouTube, Deezer, Spotify, Netflix e Primephonic. Un sondaggio condotto nell’ambito della campagna Europea #PayPerformers nata per supportare la richiesta agli Stati Membri di riconoscere agli artisti un diritto ad un’equa remunerazione dalle piattaforme on demand per la musica diffusa in streaming, così come previsto all’articolo 18 della Direttiva Copyright.

Al sondaggio hanno partecipato nel nostro paese, in forma anonima, circa 800 artisti. Di questi più della metà sono musicisti, tra session e orchestre, i più penalizzati nella categoria degli artisti interpreti ed esecutori. La grande maggioranza, il 72 per cento, afferma di non fidarsi del sistema contrattuale attuale e di non  credere di ricevere tutti i compensi che gli spettano. In particolare, sul guadagno annuo attraverso lo streaming, il 42 per cento dice di non aver percepito nulla, il 25 per cento una somma che va da 1 a 100 euro e soltanto l’1,5 per cento dichiara di ricevere una somma superiore a mille euro. La quasi totalità degli intervistati (l’82 per cento) indica le società di collecting come miglior intermediario a cui affidare la gestione del diritto da riscuotere. “I risultati emersi dal sondaggio sono sconfortanti” osserva il jazzista Paolo Fresu. “Fanno ancor più effetto se letti nel pieno dell’emergenza Coronavirus. È una battaglia di giustizia per tutti, soprattutto per i musicisti e gli interpreti che oggi godono di minori tutele anche se danno un contributo artistico imprescindibile ai successi che oggi sono ampiamente diffusi in streaming. È chiaro, a questo punto, che la questione non va rinviata”.


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