PS5, la presentazione rinviata e le nostre previsioni: cosa avremmo visto stasera? – Multiplayer.it

Oggi sarebbe dovuto essere il grande giorno di PS5, finalmente protagonista dell’attesa presentazione ufficiale che ci avrebbe fatto conoscere il design della console e mostrato alcuni dei giochi in uscita. L’evento è però stato rinviato a data da destinarsi per via dell’attuale situazione negli USA, dunque dovremo ancora attendere.

Una decisione giusta o sbagliata? Non ci interessa dare un giudizio in merito, quanto piuttosto discutere delle nostre previsioni sul reveal e su ciò che avremmo visto su questi schermi a partire dalle 22.00, ora italiana, al culmine della lunga maratona celebrativa che Multiplayer.it aveva preparato per l’occasione.

Punto primo: scopriremo finalmente il design di PS5, immaginato finora da numerosi artisti con concept più o meno interessanti, più o meno plausibili, ma che inevitabilmente saranno differenti dall’estetica effettiva della nuova piattaforma Sony.

Secondo alcune delle ultime voci la console sarà molto grossa e con caratteristiche uniche, ma ancora non sappiamo neppure se la casa giapponese manterrà l’approccio in stile desktop oppure, come Xbox Series X, punterà su di un fattore di forma che si sviluppa in verticale.

Dualsense

Punto secondo: la vedremo in azione con una serie di giochi che girano effettivamente su PlayStation 5, anziché utilizzare un PC con caratteristiche simili. Si tratterà prevalentemente di produzioni first party, a cominciare dagli ultimi titoli in uscita su PS4, nello specifico The Last of Us Parte II e Ghost of Tsushima.

Potremo scoprire dunque come funziona la retrocompatibilità di PS5, in che modo migliora i titoli disegnati per la precedente generazione, se sono necessari aggiornamenti e quant’altro, sulla falsariga dello Smart Delivery di Xbox Series X.

Ps5 Logo

Punto terzo: conosceremo alcune delle nuove esclusive Sony in arrivo con la line-up di lancio, perché non avrebbe alcun senso presentare una console senza rivelare anche il software disegnato appositamente per essa: da questo punto di vista la politica della casa giapponese si distingue in maniera abbastanza netta rispetto alle scelte fatte da Microsoft.

E se magari è presto per vedere in azione Marvel’s Spider-Man 2, lo stesso non si può dire di Horizon Zero Dawn 2, che verrà presentato insieme a PS5 visto che già da tempo il nuovo capitolo della serie targata Guerrilla Games viene indicato come un titolo di lancio per la piattaforma.

PS5, la presentazione rinviata e le nostre previsioni: cosa avremmo visto stasera?

Punto quarto: vedremo alcuni giochi delle terze parti, magari non una demo di gameplay (vero, stavolta) di Assassin’s Creed Valhalla per via degli accordi in essere con Microsoft, ma qualche sequenza del nuovo Call of Duty: Black Ops Cold War, protagonista proprio oggi di un leak.

Ci aspettiamo inoltre la presenza di titoli come Godfall e Quantum Error, magari Cyberpunk 2077 laddove CD Projekt RED abbia già preparato una build funzionante su PlayStation 5. E poi Fortnite, chiaramente, a fornire un primo, concreto assaggio delle potenzialità dell’Unreal Engine 5.

PS5, la presentazione rinviata e le nostre previsioni: cosa avremmo visto stasera?

Quello che probabilmente non vedremo durante la presentazione di PS5 è il prezzo della console. Come detto più volte, si tratta dell’unico elemento che fino alla fine può essere cambiato e difficilmente Sony lo annuncerà prima di conoscere le intenzioni di Microsoft.

A questo punto non resta da capire quando sarà possibile riprogrammare il reveal e se Sony sarà così brava da evitare leak ormai sempre più probabili, essendo PlayStation 5 ufficialmente in produzione e dunque sotto gli occhi di un numero sempre maggiore di addetti ai lavori.

Siete d’accordo con le nostre previsioni? Esistono feature che verranno rivelate durante la presentazione di PS5 e di cui ancora non si è parlato? Quanti e quali giochi saranno presenti? Quando verrà riprogrammato l’evento? Parliamone.

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Qual è il browser più utilizzato nel 2020? – Tom’s Hardware Italia

Google Chrome si conferma essere il browser più utilizzato dagli utenti durante i primi mesi del 2020. A diffondere questi dati è stata Net Applications, società californiana specializzata in analisi di mercato. Il browser sviluppato dal colosso si trova, per il quinto mese consecutivo, con dati in continua crescita.

Secondo questa analisi, si stima che Chrome abbia conquistato il 69,8% di quota di mercato. Si trova quindi a un passo dal record assoluto guadagnato da Microsoft, con il tanto criticato Internet Explorer, nel 2008. In quel periodo, il browser che è oggi in pensione aveva una quota di mercato pari al 70%.

Chiaramente, Google si trova saldamente al primo posto in questo settore, ma non mancano i concorrenti. Al secondo posto si colloca Microsoft, con Edge, che durante gli ultimi mesi sta crescendo sempre più. Il browser potrebbe raggiungere il 10,3% degli utenti entro il 2021. A seguire c’è Mozilla Firefox, con il 7,2% a partire da maggio 2020.

Il successo di Google Chrome dipende specialmente dalla sua qualità, dai continui aggiornamenti (tra cui la rimozione della pubblicità invasiva), dal design curato e dai numerosi componenti aggiuntivi.

Il nuovo Realme 6 Pro, con 8 GB di RAM e 128 GB di memoria interna, è disponibile all’acquisto su Amazon. Lo trovate a questo indirizzo.

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Qual è il browser più utilizzato nel 2020? – Tom’s Hardware Italia

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Backup completo del sistema senza installare nulla in Windows – Il Software

Sin dai tempi di Windows Vista, il sistema operativo Microsoft dispone di un ottimo strumento – wbAdmin – per creare il backup completo del sistema ed effettuarne il ripristino anche su sistemi dotati di una configurazione hardware differente. Ne abbiamo parlato nell’articolo Windows 10 e sistemi server: backup automatizzato con wbAdmin e ripristino su hardware differente spiegando sia come si usa il software, sia come ripristinare un backup precedentemente eseguito.

A patto di disporre di sufficiente spazio su un’unità esterna (consigliamo l’utilizzo di un percorso di rete o preferibilmente di un capiente server NAS), aprendo il prompt dei comandi di Windows con i diritti di amministratore (digitare cmd nella casella di ricerca del sistema operativo quindi premere la combinazione di tasti CTRL+MAIUSC+INVIO) e impartendo la seguente istruzione, si chiederà la creazione di un backup bare metal ovvero di una copia di sicurezza che tiene traccia di tutte le informazioni contenute sul sistema in uso, comprese quelle indispensabili per l’avvio di Windows e l’eventuale ripristino su macchine dotate di una diversa configurazione:

wbAdmin start backup -backupTarget:\\SERVER-NAS\dati\BACKUP -include:C:,D: -allCritical -quiet

Nell’esempio si chiede all’utilità di sistema wbAdmin di creare un backup nella cartella condivisa in rete locale, in particolare \dati\BACKUP sul sistema chiamato SERVER-NAS.
Viene inoltre richiesto di effettuare il backup dell’intero contenuto delle unità C: e D:, compresi gli elementi funzionali al corretto caricamento del sistema operativo (opzione -allCritical).

Backup completo del sistema senza installare nulla in Windows

In questo caso, oltre all’unità di sistema C:, chiediamo anche il backup completo dell’unità D:.

Tutti i dati su ciascuna partizione presente in ognuna delle due unità verranno automaticamente memorizzati nella cartella WindowsImageBackup creata nel percorso indicato.

Backup completo del sistema senza installare nulla in Windows

Come estrarre i dati dal backup usando i file VHDX

Al termine del backup con wbAdmin, nella sottocartella \WindowsImageBackup si troverà una directory con il nome corrispondente a quello della macchina cui si riferisce il backup stesso.
Nella sottocartella Backup seguita dal giorno e dall’ora del backup, si troveranno diversi file in formato VDHX: ciascuno di essi ospita “l’immagine” del contenuto di ciascuna partizione.

Sui sistemi Windows 10 basta fare doppio clic su un file VDHX per montarlo immediatamente. Si otterrà l’errore riprodotto in figura:

Backup completo del sistema senza installare nulla in Windows

Per accedere al contenuto della partizione precedentemente oggetto di backup, basta premere Windows+R, digitare diskmgmt.msc quindi fare clic con il tasto destro sull’unità appena montata e scegliere Cambia lettera e percorso di unità.

Backup completo del sistema senza installare nulla in Windows

Nella finestra successiva è possibile cliccare su Aggiungi per assegnare una lettera identifica di unità. A questo punto il contenuto del backup verrà automaticamente mostrato in Esplora file.

Backup completo del sistema senza installare nulla in Windows

Al termine degli interventi (ad esempio dopo aver estratto i file e le cartelle che interessano), basterà cliccare con il tasto destro sull’unità e scegliere Scollega file VHD.

Backup completo del sistema senza installare nulla in Windows

Come ripristinare l’intero archivio dal supporto di installazione di Windows

Per richiedere il ripristino di un backup bare metal creato con wbAdmin è possibile avviare la macchina dal supporto d’installazione di Windows 10 quindi, alla comparsa della finestra riprodotta in figura, premere MAIUSC+F10 così da far comparire il prompt dei comandi.
È bene utilizzare un sistema collegato alla rete locale via cavo Ethernet così da non aver problemi per quanto riguarda il supporto di rete.

Usando ping seguito dal nome o dall’IP del sistema contenente il backup da ripristinare, è possibile verificarne la corretta raggiungibilità.

Con il comando wbadmin get versions -backupTarget:\\SERVER-NAS\dati\BACKUP è possibile verificare quali archivi di backup sono disponibili nella locazione indicata. È importante annotare la data e l’ora del backup che si intende ripristinare.

Il comando seguente consentirà di ripristinare l’intero backup cancellando tutto quando presente sul sistema locale e ricreando le partizioni necessarie:

wbadmin start sysrecovery -backuptarget:\\SERVER-NAS\dati\BACKUP -machine:NOME-MACCHINA -version:06/03/2020-13:06 -recreateDisks

Backup completo del sistema senza installare nulla in Windows

Prima di procedere bisognerà ovviamente applicare tutte le varie sostituzioni. Va tenuto presente, come già evidenziato, che l’opzione -recreateDisks implicherà la cancellazione dei dati eventualmente presenti sui dischi collegati al sistema.

Il comando wbadmin get items consente di ottenere la lista degli elementi contenuti nel backup. Se si volesse ripristinare soltanto il contenuto di una specifica unità, si può ricorrere alla seguente sintassi:

wbadmin start recovery -version:06/03/2020-13:06 -itemType:Volume -items:\\?\
Volume{ID_VOLUME}\ -BackupTarget:\\SERVER-NAS\dati\BACKUP -RecoveryTarget:D:

Anche in questo caso bisognerà provvedere a effettuare le sostituzioni corrette. In corrispondenza di -RecoveryTarget: si dovrà ad esempio aver cura di specificare l’unità di destinazione nella quale ripristinare il contenuto del volume indicato.
Al posto di ID_VOLUME va introdotto l’identificativo del volume letto in precedenza con il comando wbadmin get items.

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A Total War Saga: TROY: il primo video di gameplay mostra tutti gli elementi della serie – Multiplayer.it

Creative Assembly ha pubblicato il primo video di gameplay di A Total War Saga: TROY, in cui è possibile osservare tutti gli elementi tipici della serie, più qualche novità. Pare quindi che l’ambientazione mitologica non abbia snaturato i total war. Trovate il video in testa alla notizia.

A Total War Saga: TROY uscirà il 13 agosto 2020 in esclusiva sull’Epic Games Store, dove sarà completamente gratuito per le prime 24 ore. Come sempre sarà un titolo esclusivo per PC. Per averlo su Steam e su altri negozi digitali, bisognerà attendere il 2021.

Se volete avere più informazioni sul gioco, leggete il nostro recente provato di A Total War Saga: TROY, in cui Aligi Comandini ha scritto:
Indubbiamente tra i Total War più atipici e ispirati che abbiamo mai visto, TROY forse non sarà il capitolo della serie più apprezzato da chi desidera un’esperienza storica pura e incontaminata, ma ha tutte le carte in regola per sparigliare le carte in modo simile a quanto fatto dai due Warhammer e da Three Kingdoms, pur mantenendo una sua unicità. Siamo seriamente curiosi di vedere fino a che punto saprà sfruttare le sue qualità per imporsi all’interno della serie; ormai non manca molto all’uscita.

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Eclissi di luna il 5 giugno visibile in tutta Italia: ecco gli orari migliori – Varesenews

eclissi luna mileba mantovani

Domani, venerdì 5 Giugno 2020, avremo un nuovo spettacolo astronomico visibile splendidamente da tutta Italia: sarà il turno della seconda eclissi di Luna del 2020, in occasione della Luna Piena della Fragola, mentre la prima c’è stata la sera del 10 Gennaio 2020. Lo spettacolo in diretta live nazionale su Astronomitaly, la Rete del Turismo Astronomico.

“L’eclissi di Luna che avverrà nella serata di domani non sarà un’eclissi come quella che ci tenne letteralmente con il naso all’insù la sera del 27 Luglio 2017 -spiega Astronomitaly- ma sarà ugualmente uno spettacolo astronomico degno di nota. Si tratterà infatti di una eclissi lunare penombrale”.

L’eclissi penombrale di Luna di domani inizierà attorno alle ore 19:45, ma non sarà ancora visibile, poiché la Luna sorgerà alle 20:45. La fase di massimo oscuramento della Luna si avrà alle ore 21:25, quando la Luna sarà immersa per il 59% all’interno del cono d’ombra prodotto dalla Terra, per terminare poco dopo le ore 23. Sono stati presi come riferimento gli orari di Roma.

Cosa è una eclissi penombrale? “Una eclissi di Luna si verifica quando la Terra si frappone tra la Luna e il Sole -spiega Astronomitaly- impedendo a quest’ultimo di illuminare il nostro Satellite. Ovviamente l’eclissi è totale quando la Luna si trova esattamente all’interno del cono d’ombra derivato dalla presenza della Terra davanti al Sole, è parziale quando non tutta la Luna viene oscurata e qualche raggio di Sole è in grado comunque di illuminare una parte della sua facciata. Prima che però avvengano tutti questi fenomeni, all’inizio di ogni tipo di eclissi la Luna entra sempre nel cono di penombra: sarebbe il momento in cui la Terra inizia a ostacolare i raggi del Sole diretti verso la facciata della Luna, provocandone una temporanea riduzione della luminosità”.

Non sarà l’unica eclissi del 2020: il 21 di Giugno, data del solstizio d’Estate, avremo una eclissi parziale di Sole, anche se l’oscuramento solare sarà estremamente basso (attorno al 3% al Centro Italia, nullo al Nord Italia, fino al 14% nel Salento) e sarà difficile da osservare per via dell’orario. Sarà comunque un altro evento che avremo modo di seguire sui canali di Astronomitaly. Un’altra eclissi di Luna è prevista il 30 Novembre, ma non sarà visibile dall’Italia, così come l’eclissi di Sole del 14 Dicembre 2020.

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Eclissi di luna il 5 giugno visibile in tutta Italia: ecco gli orari migliori – Varesenews

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Destiny 2: tutte le indiscrezioni prima del reveal della nuova espansione – Multiplayer.it

Il 9 giugno alle ore 18.00 Bungie svelerà il prossimo futuro di Destiny 2. Dopo la scissione da Activision e la ripartizione del supporto in stagioni trimestrali, l’Anno tre del titolo ha visto una serie di alti e bassi che hanno portato i giocatori ad attendere con ansia gli sviluppi legati all’espansione autunnale. Se conoscete Destiny 2 o frequentate i suoi server assiduamente, sapete che I Rinnegati è stata a tutti gli effetti la rinascita per l’MMOFPS targato Bungie, di conseguenza una nuova massiccia introduzione di contenuti per rinnovare il ciclo era non solo auspicabile, ma necessaria.

Nere piramidi all’orizzonte

Partiamo proprio da qui, dal discorso esigenze. La volontà di Bungie di continuare il supporto a Destiny 2 e non frammentare ulteriormente la community con un reset causato da un possibile Destiny 3 è stata una scelta lungimirante, intelligente e anche coraggiosa. Fin dall’inizio dell’Anno tre, le mosse di Bungie hanno suscitato numerosi dubbi legati all’effettiva concretezza di un rilascio di contenuti continuativo, ma discostante nella qualità. Il riciclo di meccaniche, di asset e di scelte (che più volte abbiamo criticato) nasconde delle volontà chiare che, ad ora impossibilitati nel giudicarle, lasciano intendere un focus estremamente mirato al rilancio del titolo con questa espansione.

Dopo la separazione da Activision, la scelta è stata quella di concentrarsi su una ricostruzione del titolo non immediata e roboante, ma di medio impatto sul lungo periodo: la prima grande espansione da indipendenti sarebbe dovuta essere la punta dell’iceberg e così speriamo sia. Alla vigilia dunque di questo revealcerchiamo di capire cosa potrebbe bollire in pentola, cosa è emerso in questi mesi e cosa potremmo vedere in autunno.

Ramingo D2

A livello strategico, le scelte di Bungie sono state chiare: il periodo di transizione tra la fine dell’anno due e l’inizio dell’anno quattro sarebbe stato coperto da una serie di stagioni di collegamento. Queste ultime sarebbero state seguite da piccole porzioni del team di sviluppo che nel frattempo si era preso un anno intero per sviluppare al meglio i contenuti maggiori. A livello narrativo invece, si sarebbe attuato un modus operandi se vogliamo “classico” e non così originale, ma che in ambito videoludico solo recentemente si è iniziato a utilizzare in maniera assidua. La scelta è ricaduta sull’utilizzo di una trama orizzontale, in grado di collegare tutto l’arco narrativo di Destiny 2: l’arrivo delle navi a piramide. A questa soluzione è stata affiancata una serie di trame verticali autoconclusive per ogni stagione; quello insomma che alcune serie tv utilizzano ormai da anni e format che ben s’addice ai GaaS.

Il mistero dell’Oscurità è dunque finalmente in procinto di essere svelato e quello che si prospetta essere uno dei più grandi conflitti portati in scena da Bungie si avvicina sempre di più. I teaser rilasciati in-game e anche sui social della software house per sponsorizzare il reveal sono stati emblematici e dunque sappiamo che uno dei più grandi archi narrativi del titolo verrà probabilmente avviato verso la sua conclusione.

The Finality D2

Nel corso di questi mesi però, numerosi rumor si sono susseguiti e in base agli ultimi avvenimenti sopracitati è possibile fare una cernita per comprendere quali scenari attendono i guardiani all’orizzonte. Innanzi tutto Eris, Europa e il Ramingo. Dai teaser rilasciati sappiamo che questi tre pilastri avranno un ruolo fondamentale nel corso dei prossimi mesi. La nuova stagione (l’ultima dell’anno tre) non è ancora stata annunciata e dunque è chiaramente intuibile il suo ruolo di anello di congiuntura o di “prologo” dell’atto finale autunnale.

Le navi a piramide sono arrivate al confine del Sistema Solare, nei pressi di Giove e nei video si può notare come Eris Morn sia in procinto di indagare degli avvenimenti non meglio precisati su Europa, uno dei satelliti del pianeta. Il Ramingo poi, sembra aver puntato la stessa direzione quando si fionda a tutta velocità con la sua navicella nello spazio circostante Europa nel secondo teaser. Come emerso anche in alcuni rumor dunque, una delle nuove ambientazioni introdotte in autunno sarà proprio il satellite gioviano, teatro del possibile approdo dell’Oscurità o addirittura base silente di un’attività celata nell’ombra. Sempre seguendo le indiscrezioni (confermate dai teaser a questo punto) la famosa scelta tra Ramingo e Avanguardia dovrebbe mostrare i primi effetti in quello che potrebbe essere un punto di svolta eccellente.

Europa D2

Lasciando da parte i rumor che ottengono una velata conferma dai teaser, prendiamo in esame tutto ciò che resta per ora nel campo delle speculazioni più profonde. Attualmente le indiscrezioni più attendibili (che avevano raccontato della location gioviana e del ruolo del Ramingo) vedrebbero la sparizione di un pianeta (Titano) da quelli già presenti in gioco, l’arrivo di un nuovo Raid lungo e incredibilmente stratificato, la nuova razza indicata con il noto nome de Il Velo e l’introduzione di Calus come nuovo NPC di riferimento assieme a Eris e Mara. Altri dettagli dai rumor vedrebbero la presenza di una seconda nuova location legata alle navi a piramide. Interessante come, anche in questo caso, Finality (il nome della location) sia legata iconograficamente a un famoso artwork di Destiny 2 come fu per Europa.

Una questione di gameplay

Per quanto riguarda i cambiamenti al gameplay invece, la situazione si fa più complessa perché sebbene Bungie abbia dichiarato un corposo aggiornamento del sandbox e del sistema degli engrammi con modifiche ai perk e alle armi già con l’inizio della prossima stagione, i cambiamenti potrebbero non finire qui. Sempre restando sulle indiscrezioni, parrebbe che le sottoclassi saranno un argomento molto caldo dell’espansione autunnale. Le strade percorribili sembrano due: la prima che coinvolge la tanto vociferata (fin dall’inizio di Destiny 2) sottoclasse legata all’Oscurità e la seconda che vede un restyling dei rami attuali con alcune modifiche strutturali nella libera composizione dei perk delle sottoclassi. Oltre a tutto ciò si parlerebbe di quattro nuovi assalti, 28 nuove esotiche tra armi e armature, un nuovo dungeon e due nuove mappe per il Crogiolo.

Eris D2

Quella che tutti chiamano “Collapse” (noi non siamo molto propensi per questo nome), ovvero l’espansione autunnale di Destiny 2, verrà svelata a breve e non vi nascondiamo che al di là di curiosità di fondo molto alta, quello che ci tiene sull’attenti sono le aspettative molto alte verso questo nuovo capitolo. Bungie sembrerebbe aver preparato ogni aspetto in funzione di questa espansione, esponendosi anche a non poche critiche nel frattempo. Mancano pochi giorni e poi il velo (questa volta in minuscolo) verrà sollevato sui progetti della software house. Che tutto ciò si dimostri vero come le indiscrezioni su Europa o che questo sia stato tutto un grande depistaggio, lo scopriremo il 9 giugno quando ancora una volta i Guardiani risponderanno alla chiamata.

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Telegram guarda sempre avanti: arriva l’editor per i video, sticker animati per le foto, GIF più accessibili e… scimmie (foto)

Vincenzo Ronca

Telegram ha appena rilasciato un nuovo aggiornamento per le sue app Android e iOS di messaggistica, confermandosi mai banale quando si tratta di introdurre novità software. Andiamo a vedere insieme tutte le nuove funzionalità.

Editor video

Telegram ora un nuovo strumento di modifica rapida dei video: l’animazione presente qui sotto mostra le principali potenzialità del nuovo editor video, grazie al quale sarà possibile disegnare a mano libera sui frame e modificare parametri come la luminosità e saturazione. L’editor è direttamente accessibile dall’interfaccia di riproduzione del video stesso.

Sticker sui media

Ora gli sticker animati sono applicabili anche sulle immagini e altri contenuti multimediali. L’esempio presente qui sotto vi darà un’idea concreta. Inoltre, l’interfaccia di ricerca delle GIF è stata resa più semplice e il tempo di caricamento delle GIF è stato ottimizzato.

Miglioramenti per le cartelle

L’accesso alle cartelle secondo le quali organizzare le chat è stato reso più rapido: ora basta tenere premuto su un qualsiasi punto della lista chat per avere accesso al menù overflow dove sono presenti le cartelle utente, compresa quella del cestino alla quale sono destinate le chat da eliminare.

Bonus per Android

Per l’app Android di Telegram l’ultimo aggiornamento ha introdotto qualche novità extra oltre a quelle già descritte: si tratta di nuove animazioni dell’interfaccia utente quando i messaggi vengono inviati, modificati o eliminati. Inoltre, sono stati implementati alcuni miglioramenti al player dei video ed è stata introdotta la riproduzione automatica in loop per i video di durata massima pari a 30 secondi.

Infine, è stata ottimizzata l’interfaccia di gestione della cache dell’app e… sono arrivate delle scimmiette tra le impostazioni della verifica in due passaggi. Non è uno scherzo, andate a controllare voi stessi: la vostra privacy vi ringrazierà.

Fonte: Telegram
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Buchi neri come ologrammi – Global Science

Poco più di un anno fa, la comunità scientifica è stata folgorata da quella che molti hanno definito la foto del secolo: la prima immagine mai ottenuta di un buco nero. Lo scatto, realizzato grazie all’osservazione simultanea di otto radiotelescopi del progetto Event Horizon Telescope, mostra un anello brillante che corrisponde all’ombra del buco nero al centro di m87, un’enorme galassia a circa 55 milioni di anni luce da noi. Da quando quella foto ha fatto il giro del mondo, i misteriosi buchi neri hanno assunto un (possibile) volto. Dando per la prima volta un profilo all’enigmatico orizzonte degli eventi, ovvero la linea dello spazio-tempo oltre la quale nulla può uscire – neanche la luce.

Ma se il vero ritratto di un buco nero fosse in realtà molto più complesso? È quanto ipotizzato da due ricercatori italiani, secondo cui i famigerati black holes appaiono come non sono. Proprio come gli ologrammi: dove tutte le informazioni sono ammassate in una superficie a due dimensioni capace di riprodurre un’immagine 3D.

Lo studio, realizzato da Sissa, Ictp e Infn e pubblicato su Physical Review X, mette insieme due teorie considerate da sempre discordanti. Da un lato la relatività di Einstein, che concepisce i buchi neri in modo molto simile alla famosa fotografia di m87: sferici, lisci, tridimensionali. Oggetti semplici. Dall’altro la fisica quantistica, secondo cui i buchi neri sono invece ricchi di informazioni e caratterizzati da una grande entropia. Oggetti estremamente complessi.

Secondo Francesco Benini e Paolo Milan, autori del nuovo studio, l’apparente contraddizione si può risolvere pensando appunto ai buchi neri come ologrammi. In questo modo è possibile “salvare” l’approccio quantistico senza andare contro alla relatività generale. La teoria del principio oleografico applicata dai due ricercatori ha quasi trent’anni, ma può aiutare a rendere più comprensibili le misteriose proprietà dei buchi neri.

«In base a questo principio – spiegano gli scienziati – il comportamento della gravità in una determinata regione di spazio si può descrivere in termini di un diverso sistema, che vive solo lungo il bordo di quella regione e quindi in una dimensione in meno».

Questo “diverso sistema” è appunto l’immagine olografica, dove la gravità non compare esplicitamente. E così in pratica si può descrivere la gravità usando un linguaggio che non contenga la gravità, evitando frizioni con la meccanica quantistica.

Non è la prima volta che le tecniche dell’olografia vengono applicate allo studio dei buchi neri. Uno studio giapponese, ad esempio, l’anno scorso ha utilizzato questo concetto per mostrare che la superficie di una sfera di due dimensioni può essere utilizzata per modellare un buco nero in tre dimensioni (ne avevamo parlato qui). In questa configurazione, la luce emanata da una sorgente in un punto della sfera veniva misurata in un altro punto: il risultato appariva proprio come un ologramma.

Il nuovo studio si spinge ancora oltre, perché arriva a ipotizzare che i buchi neri si possano identificare con gli ologrammi: la loro immagine tridimensionale sarebbe in realtà il risultato apparente a partire da una superficie bidimensionale trasformata.

Ma resta ancora molto da fare. Nella nuova era dell’astronomia multimessaggera, nata con la prima osservazione delle onde gravitazionali, è possibile immaginare un futuro dove la teoria dei buchi neri come ologrammi possa essere messa alla prova sperimentalmente. «Il nostro studio – concludono i ricercatori – è solo il primo passo verso una comprensione più profonda di questi corpi cosmici e delle proprietà che li caratterizzano quando la meccanica quantistica si incrocia con la relatività generale».

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Buchi neri come ologrammi – Global Science

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La recensione di Sonos Arc, la soundbar Dolby Atmos. Prima scelta per gli utenti Sonos – DDay.it – Digital Day

A un mese dall’annuncio, sta per arrivare sul mercato Sonos Arc, la nuova soundbar di casa Sonos che apre le porte al Dolby Atmos e alle nuove codifiche hi-res e che di fatto inaugura la nuova app S2 di controllo dei sistemi Sonos (attesa per l’8 giugno). Arc arriva sul mercato due giorni dopo, il giorno 10 giugno al prezzo consigliato di 899 euro, mandando in pensione ben due prodotti precedenti di Sonos: sia la storica (e ottima) PlayBar che la PlayBase, soundbar-supporto per il TV, soluzione che il mercato non ha mai capito a pieno. Resta invece in gamma la sorella minore, la Beam, più compatta di questa Arc, non adatta alle codifiche più nuove ma dal costo pari alla metà, 449 euro.

Abbiamo provato in anteprima Arc, da sola che in unione con il Sub e due One come canali posteriori a formare un impianto home theater completo, con risultati davvero interessanti. Ecco la nostra recensione.

Un prodotto di design

Arc è sicuramente un prodotto interessante. A partire dal fatto, non trascurabile, che si tratta di un “due-in-uno”. Infatti è contemporaneamente Soundbar per l’utilizzo congiunto con un TV che speaker dell’ecosistema multiroom Sonos, utilissimo per la diffusione musicale anche a TV spento. Nel nostro articolo relativo all’annuncio di Arc (qui sotto), è possibile trovare la descrizione di dettaglio di tutte le caratteristiche della nuova soundbar Sonos.

Ma quello che certamente conta di più è che Sonos, con Arc, apre al Dolby Atmos. Per farlo, e distribuire il suono nelle diverse direzioni in modo da ricostruire la spazialità della codifica a oggetti Dolby, Arc si appoggia a ben 11 altoparlanti (tre tweeter e otto larga banda), tutti integrati nel “tubo” ovoidale microforato del diametro di circa 10 cm, ognuno pilotato da un amplificatore proprio in classe D e da un DSP per il trattamento del segnale.

L’esperienza Sonos, per quello che conta, è garantita sin dalla confezione, che è molto bella, con i due fermi meccanici laterali (come già sulle Play:5): una scatola da conservare, anche perché facilità eventuali spostamenti della soundbar.

La dotazione è essenziale: la soundbar, un cavo HDMI, un adattatore ottico-HDMI da attaccare al TV in caso di assenza di porta HDMI ARC e le solite microscopiche note di funzionamento che un utente Sonos abituale salta a pié pari.

L’adattatore ottico-HDMI per collegare Arc a TV senza ARC (sembra un gioco di parole, ma non lo è)

Il design – va detto – è molto bello: noi abbiamo scelto di provare il modello nero, a nostro avviso più facilmente ambientabile (il bianco sarebbe stato più facile da fotografare, però). Ma, a prescindere dal colore, ci convince il materiale con cui è fatto Arc: si tratta dello stesso polimero utilizzato su Move, con la medesima finitura forata.

I fianchi di Arc sono sagomati verso l’interno e nascondono un altoparlante che indirizza l’audio verso l’esterno.

La scelta è ottima e condivisibile, stante la possibilità di pulire la superficie con uno straccio umido; le velette di tessuto fonotrasparente di molte soundbar, bellissime da nuove, si sporcano e si deteriorano facilmente nel tempo.

Le connessioni sono semplicissime: alimentazione, HDMI (i due fili collegati) e la possibilità, opzionale, di aggiungere una rete cablata. Noi abbiamo usato Arc connessa sempre in Wi-Fi senza avere mai alcun problema.

La superficie di appoggio della soundbar è generosa (nella parte bassa il profilo ovoidale si appiattisce) ed è interamente rivestita in gomma, così da attutire eventuali vibrazioni e da non richiedere feltrini. L’unica perplessità su questo fronte è la tenuta nel tempo: la gomma potrebbe tendere a perdere elasticità e l’adesivo che la vincola all’apparecchio a deteriorarsi. Ma questo si potrà scoprire solo negli anni.

Arc ha certamente alcuni vantaggi: innanzitutto è facile da usare. Si collega e via: per la parte musicale, si fa tutto dall’app Sonos (decisamente perfezionata la versione S2, che permette anche di raggruppare diverse stanze in preset di distribuzione); per la visione/ascolto TV, non c’è più bisogno di toccare l’app: attraverso la connessione HDMI CEC, il TV spegne automaticamente l’audio del TV e invia il proprio segnale alla soundbar. Agendo sul telecomando della TV e alzando e abbassando il volume, l’informazione viene girata ad Arc che si comporta di conseguenza: non serve veramente altro, oltre al telecomando della TV. E poi Arc, come tutti gli speaker Sonos, in mancanza di segnale si mette in stand-by, senza richiedere mai l’azione dell’accensione o dello spegnimento.

L’unica cautela di installazione riguarda la configurazione del TV, che varia ovviamente da modello a modello. Bisogna ricordarsi di passare in rassegna le impostazioni relative all’audio e alle uscite HDMI, abilitando l’uscita HDMI ARC in bitstream, il controllo via HDMI CEC e, per i TV che ne dispongono, dell’uscita in modalità eARC, così da mandare alla soundbar i flussi audio non compressi, se disponibili.

Se non si attiva l’uscita digitale “pass through” sul TV, Arc non riceve il flusso multicanale. Per avere poi le codifiche non compresse, bisogna attivare, sui TV compatibili, anche la funzionalità eARC.

Per quali TV e quali posizionamenti è adatta Arc?

Si poteva intuirlo anche guardando qualche foto. Ma, vista dal vero, non c’è dubbio che Arc non sia proprio sottilissima. La sua lunghezza decisamente generosa (è larga quasi come un TV 55″) la fa sembrare più “magra” di quello che è realmente. La verità è che non tutti i TV ti lasciano quei quasi 10 cm di spazio sotto lo schermo per sistemare una soundbar pur non gigantesca come questa senza che venga compromessa la visione dell’intero quadro dell’immagine. Ovviamente la cosa migliore sarebbe quella di avere, nel mobile del TV, un ripiano subito sotto per appoggiare la Arc; ma è difficile pensare che si possa trovare un ripiano largo oltre un metro e dieci. Per esempio, gli OLED Sony o LG, molto bassi rispetto al piano di appoggio, non accettano di buon grado una soundbar (né questa né un’altra che sia spessa più di pochi cm) e sarebbero più adatte a soluzioni soundbase (ma solo i modelli con piedistallo centrale, che però Sonos ha scelto di abbandonare.

L’OLED LG 55 CX non è abbastanza alto per essere accoppiato con successo alla Sonos Arc, che ne coprirebbe una porzione di immagine.

L’alternativa è quella di fissare Arc a parete, valida ovviamente se anche il TV è nella medesima condizione. Anche questa una situazione non per tutti.

Insomma, Arc è alta circa 9 cm; ma dato che inevitabilmente va posizionata davanti allo schermo, la sua “proiezione” può cambiare a seconda del punto di vista. Se la base del TV (e quindi anche Arc) è più in basso degli occhi, l’impatto della soundbar sarà ridotto; se invece Arc è posizionata ad un’altezza superiore a quella degli occhi, servirà un TV con una base che tenga lo schermo ben più alto dei 9 cm di Arc, soprattutto se eventuali supporti sporgenti del TV portano Arc ad allontanarsi ulteriormente dallo schermo.

Una nota deve riguardare anche la compatibilità con gli altri apparecchi Sonos: Arc è controllabile solo con la nuova app Sonos S2, in uscita tra qualche giorno. Questa app, però, non supporta più i prodotti Sonos più vecchi, le prime Play:5, i primi Sonos Connect e Connect:Amp (per maggiori dettagli vedi articolo qui sotto).

Anche i Sonos non sono eterni: da maggio 2020 fine degli aggiornamenti per Play:5 e per i primi Connect e Connect:Amp

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Tutti prodotti datati che però potrebbero esserci ancora in molte case. I possessori degli apparecchi non supportati dalla nuova app (e delle funzioni che arriveranno su di essa) non potrebbero far interlavorare Arc con i vecchi prodotti nello stesso sistema. Le due app, S1 e S2 possono coesistere sullo stesso smartphone e comandare rispettivamente i vecchi prodotti e quelli nuovi e meno nuovi ma comunque non deprecati. Ma non è possibile, per esempio, lanciare la stessa musica in sincrono su speaker aderenti a S1 e a S2: è bene che chi sta valutando l’acquisto di Arc sia ben informato su questo punto, prima di deludere delle aspettative.

Occhio alle impostazioni di fabbrica: fanno venir voglia di rendere il prodotto

La curiosità di ascoltare Sonos Arc è tanta. Così tanta che prendiamo la soundbar, la posizioniamo davanti al TV, colleghiamo alimentazione e cavo HDMI alla porta eARC e la arruoliamo sulla nuova app S2 (che stiamo provando in beta). E non riusciamo a resistere, schiacciamo subito play. La prima impressione non è positiva: suoni cupi, immagine stereofonica addirittura proiettata dietro il TV, troppe medie, poche basse. Insomma – dobbiamo dirlo: un mezzo disastro che fa preoccupare. Possibile che Sonos abbia sbagliato così tanto il progetto?

Prendiamo una Play:5 presente in redazione e la affianchiamo: l’ascolto con la musica è nettamente a favore di quest’ultima, con Arc che non ci convince affatto.

Poi ci ricordiamo che l’app, in fase di caricamento, ci aveva consigliato di fare la calibrazione Truplay, fase che avevamo saltato al momento, potendo farla in qualsiasi momento successivo. Il processo Truplay per le soundbar è diverso da quello per gli altri speaker Sonos e si divide in due fasi: nella prima lo smartphone che “ascolta” i segnali test va tenuto fisso all’altezza delle orecchie nel punto di ascolto. In questa fase Arc “studia” le riflessioni della stanza e ottimizza l’emissione per garantire la giusta direzionalità e l’equalizzazione. Quest’ultima però viene poi ricorretta sulla base della seconda fase di calibrazione, in cui l’utente è invitato a girare per la stanza con lo smartphone in mano: la routine Truplay valuta anche la qualità dell’ascolto nell’ambiente in generale, soprattutto per l’ottimizzazione dell’ascolto musicale che non necessariamente viene fatto nello sweet spot della visione televisiva.

Il confronto audio con la Play:5 (oggi Sonos Five) è praticamente alla pari, ma solo dopo la calibrazione di Arc.

Ebbene, il risultato della calibrazione corrisponde a far sparire la “vecchia” Arc e ad installarne una del tutto nuova, un prodotto completamente diverso. La timbrica ora appare completa, i bassi sono finalmente comparsi ma sono definiti e non slabbrati come i medio-bassi di prima. Il confronto con la Play:5 sulla riproduzione musicale è finalmente alla pari: i due sistemi suonano in maniera molto simile, con un pizzico di presenza in più per la Play:5 sui bassi (ma ha driver più grandi) ma una spazialità e una stereofonia di Arc decisamente superiore, anche in virtù di un presidio del fronte fisico ben superiore in considerazione della larghezza.

Ci rendiamo conto di avere a che fare finalmente con la vera Arc e di come la calibrazione di fabbrica fosse davvero sbagliata, anche in considerazione del fatto che la stanza e la situazione da noi utilizzata per la prima prova è la più comune possibile in Italia: il classico salotto, con il TV appoggiato a supporto a pochi centimetri dalla parete di fondo e la soundbar subito davanti, senza mobili chiusi, con un soffitto planare e una stanza simmetrica, sia dal punto di vista dimensionale che acustico. Visto che però, contrariamente ad altri prodotti, la routine di calibrazione è disponibile e anzi consigliata, la nostra preoccupazione potrebbe sembrare eccessiva: in tre minuti il prodotto svolta. Sì, ma solo se si dispone di un iPhone (o di un iPad). Infatti la routine Truplay è disponibile solo nell’app iOS, infatti il design della circuiteria audio degli Android è così variabile da modello a modello da non poter garantire alcuna affidabilità per una procedura di calibrazione automatica. E allora, il problema resta per chi non ha accesso, almeno una volta, a un iPhone che permetta di liberare tutto il potenziale di questa Arc. Da tenere presente, tanto che, se la calibrazione di fabbrica non cambia, questo è un prodotto – pur a malincuore – da sconsigliare a chi non dispone di un iPhone, almeno per fare una volta il Truplay.

Va detto, per amore di giustizia, che una certa erraticità della resa al variare della stanza l’abbiamo già incontrata in altre soundbar Atmos: l’interazione di questo tipo di prodotti con l’ambiente è tutt’altro che scontato e un po’ imprevedibile. La presenza di una routine di calibrazione è vitale; tanto quanto la sua assenza nei prodotti che non ne dispongono rischia di diventare “mortale” per il successo di un prodotto.

Arc con la musica: il gusto di avere Sonos

L’abbiamo detto: l’ascolto con la musica con questa Arc è decisamente godibile. Probabilmente non all’altezza di quanto si può fare con un impianto hi-fi propriamente detto, con grandi diffusori, ma sicuramente all’altezza dei migliori speaker Sonos; e comunque la percezione è quello di un suono migliore sia della One, anche di una coppia di One, che della Move. Stupisce, malgrado le dimensioni contenute dei driver, la capacità di restituire un suono completo, godibile, forse un pizzico troppo incisivo sulle alte e sulle sibilanti e leggermente indietro sulle basse. Ma sound anche molto impulsivi, come alcuni brani da Brothers in Arms dei Dire Straits o da Ghost in the Machine dei The Police, suonano rotondi, non manca nulla. Il vantaggio di questo ascolto – che rende Arc una combo perfetta tra due prodotti – è che tutto avviene a TV spento: la musica, come in tutti gli speaker Sonos, si comanda dall’app. Così, oltre che una soundbar, si ha anche un speaker che aderisce al sistema multiroom Sonos ed è in grado di sonorizzare un salotto. E il pensiero va alla maggioranza delle soluzioni concorrenti, certamente meno adatte alla riproduzione musicale, prima ancora per usabilità che per prestazioni audio.

Anche senza andare sull’app, è possibile alzare e abbassare il volume, spegnere o saltare traccia attraverso i comandi touch posti sulla parte alta di Arc

Volendo esagerare, ci si può spingere anche nell’ultimo terzo alto del volume: non si percepisce una vera e propria distorsione a orecchio nudo, lo speaker regge. Forse il suono diventa un po’ più stancante, con le basse che tendono a retrocedere rispetto alle alte: dopo un po’ si tende a riabbassare un po’ il volume. Probabilmente agli alti regimi, i mid-woofer un po’ troppo piccoli (ma non sarebbe possibile farli più grandi in un apparecchio di queste dimensioni) segnano il passo e si inizia a sentire il bisogno del supporto di un sub. Ma, in attesa di aggiungerlo, si può agire sull’equalizzazione, ritoccando le basse a +2 o +3, intervento che riporta la Arc in bolla, almeno nella nostra situazione.

Spostando Arc nella nostra seconda stanza (non più un salotto comune ma un ambiente trattato acusticamente), la sensazione di ascolto musicale migliora ulteriormente, con contenuti stereofonici

Arc con il cinema: non fatemi sentire più l’audio della TV

La prima sensazione di ascolto di Arc alle prese con l’audio proveniente dalla TV (e quindi da contenuti video) è assolutamente naturale: l’immagine acustica si sovrappone perfettamente alle immagini e diventano tutt’uno, tra l’altro senza alcun delay percepibile, tanto che non dobbiamo intervenire sui parametri di gestione del ritardo. Anche nell’ascolto delle comuni trasmissioni TV, si sente proprio bene, intelligibilità buona, senza l’effetto che si presenta qualche volta di prevaricazione della colonna sonora rispetto ai dialoghi, soprattutto sulle codifiche multicanale. Se si prova per un attimo a ritornare all’audio nativo dei TV utilizzati nelle prove, si resta secchi. Lo stupore, più che per la naturalezza di Arc, è per la precarietà dell’audio dei TV attuali, anche dei migliori, che in un confronto A-B emerge in tutta la sua gravità. Si tratta di una lezione sul campo per capire che una soundbar è praticamente indispensabile a un TV attuale, tutto schermo e niente telaio. Certo, Arc non è e non sarà mai, per lo meno da sola, un completo impianto home theater propriamente detto; ma il salto qualitativo tra questi due concetti – la soundbar e un home theater a canali separati – è decisamente più piccolo di quello enorme che separa l’audio del TV dalle prestazioni di Arc. Dopo averla accesa, guai a chi la spegne: la TV non si può più sentire.

Una volta attivato Atmos sul TV, l’app di Netflix segna con una label apposita i contenuti che dispongono di almeno una traccia audio in questo formato.

Qui – nella traccia originale in Dolby Atmos – la voce calda di David Attenborough si miscela a una gentile colonna sonora e ai rumori naturali, in un equilibrio delicato che è facile rompere se la gestione dell’audio non è bilanciata. Il centrale, con la voce narrante, è ben separato e l’informazione arriva forte e chiara anche nelle fasi più concitate. La codifica a oggetti sicuramente aiuta la separazione delle componenti: basta passare alla codifica 5.1 tradizionale per capire quanto Atmos sia importante. Non tanto per il posizionamento nello spazio, quanto nella separazione dei messaggi, che è ottima. Ma su questo punto torneremo più avanti.

Corriamo subito su Netflix in cerca di contenuti in Dolby Atmos: ce ne sono molti, quasi sempre limitati alla traccia originale. Iniziamo con Our Planet, il bellissimo documentario Netflix sulla natura e sui cambiamenti climatici: sull’app compare immediatamente il simbolo di Dolby Atmos, a garanzia che Arc sta ricevendo materiale in questo formato.

Una scena del primo episodio di Lost in Space

L’inizio del serial Lost in Space è coinvolgente e spettacolare, con un’estetica acustica molto cinematografica, forse un po’ “gigiona”, con qualche concessione di troppo agli effetti, probabilmente voluta da chi ha curato il mix Atmos. Il passaggio in Dolby Digital tradizionale (per esempio la traccia italiana) corrispondere a chiudere tutta la scena in un panorama più stretto, segno che il processo Atmos conta. Lo stesso effetto si percepisce in The Witcher, con una grande apertura del fronte e un’ottima dinamica, ma con una certa inattività dei quadranti posteriori. Questo è vero nel nostro salotto “generico” e forse ancora di più nella nostra sala trattata acusticamente.

Certamente quest’ultima ha il soffitto sagomato per evitare riflessioni coerenti e quindi sorgenti apparenti che possano compromettere l’immagine stereofonica; una conformazione di questo tipo impedisce alla soundbar di sfruttare eventuali riflessioni sul soffitto per ricreare un messaggio sonoro surround.

Il soffitto di una delle nostre sale di ascolto mette in difficoltà la capacità di Arc di far percepire i canali surround come provenienti da dietro.

Ma, anche in situazioni più normali, Arc non si dimostra capace da sola di “inviare” messaggi sonori percepibili come provenienti esclusivamente dai quadranti posteriori, un po’ come accade nei proiettori sonori di Yamaha (le soundbar YSP, almeno le migliori), che sfruttano l’architettura degli array. Probabilmente è a causa del fatto che sui lati e sulla parte superiore non ci sono tweeter (i tre disponibili sono tutti direzionati in avanti) e le frequenze più direzionali sono quelle alte.

In ogni caso, come capita solo con i prodotti azzeccati, restiamo “fregati”: dall’atteggiamento di tester, ci troviamo proiettati in quello di spettatori, con la serie Snowpiercer, così ben raccontata acusticamente da Arc, da spingerci a vederci tre episodi in fila, dimenticandoci per un paio d’ore della prova: ovviamente il tutto tassativamente nella versione originale in Atmos.

La scena iniziale di Snowpiercer

E qui si pone una delle questioni più importanti che comunque esula dal tema specifico di questa prova: i titoli Atmos in italiano su Netflix sono pochissimi, contrariamente a quelli in inglese. E stante questa differenza di resa abbastanza evidente, sembra davvero una punizione immeritata per gli appassionati italiani.

Vogliamo di più: abbiamo aggiunto anche il sub e i canali surround

Arc, come soundbar, è promossa: fa tutto quello che promette e anche in termini di impatto ambientale, si fa veramente poco notare, almeno nella versione nera. E come ogni soundbar, non è un sostituto di un impianto home theater completo, ma solo un comodo surrogato. Nel caso di Arc, un comodissimo surrogato, visto che, come gli ultimi speaker Sonos, è configurabile anche come smart speaker (a scelta sia con Alexa che con Google Assistant) ed è ovviamente un componente di un più ampio sistema multiroom. Tra l’altro l’array di microfoni per i comandi vocali funziona molto bene, anche a soundbar in funzione, anche a volume non basso.
Ma la cosa interessante è che Arc si può affiancare a un subwoofer, a complemento della capacità di esprimersi sulle basse frequenze, soprattutto quelle cinematografiche, e due speaker posteriori, per fare da surround. Il tutto in piena filosofia Sonos: ovverosia wireless con la sola connessione alla corrente elettrica. E questo noi abbiamo fatto.

Ecco i componenti utilizzati per formare un vero impianto home theater con Arc per i tre canali frontali

Il setup si fa in un attimo ed è del tutto guidato. Alla fine dell’arruolamento dei nuovi speaker (oltre al sub abbiamo aggiunto una coppia di Sonos One, “rubate” temporaneamente da un’installazione domestica) va riptetuta la procedura Truplay: Arc infatti cambia completamente la propria emissione, un po’ perché non ha da emulare i canali posteriori e un po’ perché delegando i bassi al sub, può rimappare il proprio DSP per concentrare l’energia sulla medie senza strozzare gli amplificatori in cerca di bassi ai limiti delle capacità fisiche dei driver non abbastanza generosi per dimensione.

Il risultato finale fa un grosso salto in avanti: ora ci troviamo di fronte, anzi immersi, in un vero impianto home theater, totalmente wireless (salvo le prese di corrente), facile da usare, non cervellotico come alcuni sistemi basati su classici (e troppo difficili) amplificatori. Il sub interviene con molta pulizia, con un taglio “ortodosso” e senza concedersi alle medio-basse, come purtroppo sentiamo fare nella stragrande maggioranza dei sistemi home theater integrati; le One sul posteriore aggiungono quel tocco di direzionalità che proprio ad Arc da sola non riusciva. E le prestazioni delle tracce in Atmos diventano ancora più coinvolgenti, con i quadranti posteriori che finalmente si “accendono” e si integrano alla perfezione la grande spazialità di quelli anteriori.

Ottima anche la configurabilità del sistema così composto, per esempio per la riproduzione di contenuti musicali: dall’app si può scegliere se le due One usate come surround nella configurazione home theater, si devono comportare come un’altra coppia stereo, raddoppiando di fatto il campo sonoro diffuso (ideale per una sonorizzazione ambientale mentre ci si muove nella stanza) o se devono semplicemente supportare delicatamente il fronte sonoro anteriore in una specie di decodifica matriciale, dove fanno solo da canali effetti. A seconda delle abitudini di ascolto, si sceglie l’una o l’altra modalità e poi il sistema si comporterà sempre come indicato.

Con questa configurazione il sistema fa un grosso salto in avanti. Lo fa però anche lo scontrino che, in mancanza di offerte speciali sul bundle, più che raddoppia, arrivando a sfiorare i 2100 euro. Ma il risultato che si ottiene con l’intera dotazione è al livello di un impianto home theater propriamente detto, con il vantaggio dell’adesione nativa al sistema Sonos e la totale assenza di cavi. L’unico vero limite, in questa configurazione, sono le sorgenti disponibili: su un TV top di gamma, considerando che un ingresso HDMI è destinato alla connessione di Arc, restano solo tre HDMI disponibili. Per chi ha molte sorgenti, una configurazione di questo tipo potrebbe andare stretta e non resterebbe che prendere in considerazione un più tradizionale, ma espandibile, amplificatore home theater.

Sorgente articolo:
La recensione di Sonos Arc, la soundbar Dolby Atmos. Prima scelta per gli utenti Sonos – DDay.it – Digital Day

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Lancia Trevi: la sua storia – Auto.it

Rappresentò la versione a tre volumi della Beta, diversa nello stile e con qualche cavallo in più alla motorizzazione: ma non ebbe il successo sperato, cadendo nel dimenticatoio

C’è stato un breve periodo, intorno alla fine degli anni ’70-inizi ’80, in cui alcune Case automobilistiche prendevano le berline due volumi e le trasformavano in tre volumi. Erano vere e proprie operazioni di marketing, con vista sul mercato nordamericano, in cui gli automobilisti preferivano nettamente le tre volumi piuttosto che le due.

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Volkswagen fu la più attiva in tal senso, realizzando già nel 1976 la Derby, derivata dalla Polo, e tre anni dopo Jetta, nata dalla Golf. In Italia, la prima in tal senso fu Lancia, che doveva rispondere alla propria clientela che chiedeva un ritorno di una berlina tre volumi dopo la 2000, e in seguito alla la parentesi Beta. E prendendo spunto proprio dai due volumi di Beta, nacque Trevi.

LO STILE CAMBIA MA NON CONVINCE

Il nome non inganni. Non si tratta di un riferimento alla bellissima fontana nel centro di Roma, magari sinonimo di eleganza e raffinatezza dell’auto. No, la questione è molto più semplice: “Tre” come i volumi, “v” e “i” come la prima e ultima lettera di… volumi. La differenza, rispetto a Beta, è tutta nell’estetica, e tutta nella zona posteriore, ridisegnata in contrasto con la parte frontale, dalle forme tradizionalmente filanti.

Lancia K: la sua storia

Cambia totalmente il padiglione, quindi, reso più abitabile, e la nuova inclinazione del lunotto permette una maggiore visibilità. Rinnovati anche i gruppi ottici, ma lo stile non ottiene consensi, sin dalla presentazione, avvenuta al Salone di Torino del 1980. Forse per via della poca originalità della coda, le incongruenze con l’anteriore: la macchina è comunque elegante e con degli interni curati, ma proprio dall’abitacolo arriva un’altra critica. La plancia “a buchi” infatti, derivata dalla Beta terza serie, non viene apprezzata.

VX, ANIMA SPORTIVA

Dal punto di vista della meccanica, Beta Trevi viene proposta con il bialbero 1.6 della Beta classica, ma anche con un 2 litri più sportivo, da 115 CV, disponibile con l’iniezione elettronica, che fa salire i cavalli a quota 122. E nel 1982 arriva la versione che, seguendo le leggi del mercato, è riuscita meglio, la Volumex – conosciuta come VX -, che aumenta il fattore sportività unito all’esclusività. Beta Trevi VX vanta infatti un motore sovralimentato con compressore volumetrico: 135 CV e 190 km/h di velocità massima, con risposta pronta all’accelerazione e ai comandi che avviene già dai bassi regimi.

UN SUCCESSO MANCATO

Nel 1983 la seconda generazione, chiamata semplicemente Trevi, passa praticamente inosservata, poiché modifica solamente carrozzeria e interni, mettendo da parte il propulsore sovralimentato della VX, reintroducendo solamente quello a iniezione elettronica.

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Nel 1984 si assiste alla fine della produzione. Lancia Trevi vede terminare il proprio ciclo di vita anche “a causa” della stessa Casa torinese, che decide in quegli anni di lanciare la Prisma e in seguito la Thema, ben più fortunate. La stessa Fiat, con l’imminente uscita della Regata, avrà altro a cui pensare. Lancia Trevi ha lasciato 40mila esemplari costruiti e tante incomprensioni, cadendo purtroppo nel dimenticatoio. 

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Lancia Trevi: la sua storia – Auto.it

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