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Tagikistan. Dopo 38 anni ancora in costruzione la diga di Roghun: soldi e ambiente gli ostacoli

roghun_dam_buildingdi Giacomo Dolzani

A 38 anni dall’inizio dei lavori, in epoca sovietica, il governo del Tagikistan sta ancora cercando una via per completare quel colossale progetto che è la diga di Roghun, sul fiume Vakhsh.
La questione principale che ostacola il proseguo dei lavori sono soprattutto i costi, l’entità totale dei quali non è ancora ben definita ed è stimata in un range che varia tra i 2 ed i 5 miliardi di dollari [1], una cifra che per un paese dall’economia disastrata com’è quella tagika, con un prodotto interno lordo di poco più di 17mld US$ [2], rappresenta una spesa quasi insostenibile, almeno senza un aiuto esterno.
La Banca Mondiale ha infatti rilasciato un comunicato in cui veniva posta l’attenzione su questo problema, nota fatta propria il 18 giugno dal governo degli Stati Uniti che, tramite Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato, ha invitato tutti i possibili interessati a prendere parte alle consultazioni indette dal Fondo Monetario Internazionale, al fine di affrontare la questione anche della crescente richiesta energetica delle repubbliche dell’Asia centrale[3].
La diga di Roghun, alta 335 metri, verrebbe costruita sul fiume Vakhsh, il quale attraversa tutto il Pamir bagnando prima il Kirghizistan, dove ha la sua fonte, per poi attraversare da est ad ovest la metà occidentale del Tagikistan; secondo il progetto originario l’invaso avrà, se mai sarà realizzato, una capacità di circa 13 chilometri cubi mentre la centrale, con le sue sei turbine, genererebbe una potenza di 3600 MW[4].
La compatibilità ambientale dell’opera è però molto contestata e le diverse perizie, alcune delle quali poco trasparenti, hanno dato spesso risultati contrastanti, sia riguardo al rischio sismico dell’area in cui dovrebbe essere realizzata sia, soprattutto, per gli effetti che si avrebbero sulla portata dell’Amu Darya, il fiume in cui sfocia il Vakhsh.
Proprio tale questione è oggetto di tensioni con il vicino Uzbekistan, uno dei più grandi produttori di cotone al mondo e che, proprio dalle acque dell’Amu Darya, estrae le risorse idriche necessarie per le proprie coltivazioni, una delle principali fonti di reddito del paese; Islam Karimov, presidente del paese, arrivò infatti a definire la diga “un progetto stupido”[5] e che, inoltre, potrebbe causare danni irreparabili all’ecosistema regionale. Proprio durante il dominio sovietico infatti furono realizzate delle imponenti (ed estremamente inefficienti) reti di canali, finalizzate ad irrigare le piantagioni, opera che causò il prosciugamento del lago d’Aral, uno dei più grandi disastri naturali della storia.
Nel nuovo panorama di sviluppo economico che si sta delineando nella regione, con la costruzione e l’ammodernamento delle grandi vie di comunicazione per il trasporto di passeggeri e merci, sia su gomma che su rotaia, le quali stanno nuovamente connettendo tra loro (e con l’oceano Indiano) i paesi dell’Asia centrale, la realizzazione di questo progetto (cosa che visto il ritmo di avanzamento è probabilmente ancora molto lontana) potrebbe costituire una fonte di instabilità per tutta l’area.

[1]http://en.wikipedia.org/wiki/Rogun_Dam
[2]http://en.wikipedia.org/wiki/Tajikistan
[3]http://www.state.gov/r/pa/prs/ps/2014/06/227808.htm
[4]http://en.wikipedia.org/wiki/Rogun_Dam
[5]http://en.wikipedia.org/wiki/Rogun_Dam

da Notizie Geopolitiche

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Articolo Preso dal Blog di Giacomo Dolzani

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