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La decenza del silenzio

L’amarezza si vede dal mattino. Come quello di oggi, 23 maggio 2012. Ho la malsana abitudine di accendere la tv mentre faccio colazione e cercare qualche tg, vedere chi grugnisce nei programmi di approfondimento (li chiamano così, è strano ma è così) di Rai3 o La7 o leggere il televideo (sono rudimentale, lo so). Sia chiaro, non cerco di informarmi con quell’oggetto indecoroso, è solo un modo per non guardare esclusivamente il caffè nella tazza.

Stamattina però me l’aspettavo già: le immagini dell’attentato di Capaci, i funerali, le musiche di sottofondo. E ovviamente Giovanni Falcone, le ultime interviste, le sue frasi. A reti unificate come ogni anno. E non c’è un politico, un giornalista (anche loro…li chiamano così, è strano ma è così), un solo esponente delle nostre fallite istituzioni che non dispensi lo stesso commento, perfino la stessa espressione facciale. Non pretendo che si dica qualcosa di diverso, sarebbe gran cosa se semplicemente tacessero. Quest’anno però ricorre il ventennale, già da ieri sera facebook si andava riempiendo di foto, aforismi, messaggi contro la mafia e tanto altro che rende le nostre bacheche sempre schierate dalla parte del giusto.

Ogni anno mi si ripresenta la stessa immagine in mente e faccio lo stesso pensiero, vedo due Italie (anche perché una non è mai esistita ma questa è un’altra storia) che hanno una percezione diversa dell’evento. C’è l’Italia del nord, per esattezza gli italiani del nord, che commemorano, che ricordano, che sono certo affrontino l’argomento nelle scuole, ne parlano le maestre e gli insegnanti tutti, gli universitari organizzano cortei e forse se ne parla anche nelle case. Si parla di mafia, di organizzazione mafiosa, di criminalità organizzata. Sono convinto che, salvo rare eccezioni, non si parli mai di “cultura” della mafia. Dal mio punto di vista il motivo è semplice: lì la “cultura” mafiosa, quella che intendo io che sono palermitano, che non posso spiegare in una nota e oltretutto non ne sono neanche capace, non c’è. No, a nord la “cultura” mafiosa non c’è. Poi possiamo tirare fuori tutti gli sciovinismi e le bassezze campaniliste che vogliamo ma, secondo me, è un dato di fatto. C’è la mafia, certo, lo sanno anche le formiche. C’è nei cantieri, negli appalti per i lavori pubblici, nella politica, nelle istituzioni, i grandi industriali pagano il pizzo alla ‘ndrangheta, lo sappiamo tutti.

Non c’è al bar però, non c’è al supermercato tra il cliente e la cassiera, non c’è per un parcheggio e soprattutto non c’è nel linguaggio, l’arma più potente: il linguaggio. Quello che si usa per comunicare, per rapportarsi con gli altri, nell’interazione sociale. Il linguaggio verbale e non verbale, il linguaggio del corpo, la percezione degli spazi. Tutto quel processo di comunicazione che avviene nella mente e durante la crescita di un ragazzo del sud al nord non c’è. Io viaggiando ho conosciuto tante persone del nord e con cui ho stretto dei rapporti bellissimi, alcuni sono cari amici. Li conosco, li sento parlare, avranno mille difetti come ogni essere umano deve avere, ma non hanno “cultura” mafiosa, hanno una percezione della mafia diversa. E’ un fenomeno che li riguarda perché sono italiani ma lo sentono distante, non l’hanno respirato e non lo respirano in casa.

Poi c’è l’Italia del sud, gli italiani del sud. Io sono palermitano, nato, nutrito e allevato qui. Io gli atteggiamenti e i linguaggi mafiosi li ho respirati, li ho sentiti nell’aria e li sento ogni giorno. E io sono una persona qualunque, un trentenne con un’istruzione media. Qui non c’è bisogno di essere un sociologo per percepire certe cose. Chi non le percepisce vive una realtà parallela o è semplicemente in malafede, non le vuole percepire. Qui l’arte del non voler vedere è praticata da lungo tempo.

La mafia è prima di tutto una “cultura”, insita in ogni siciliano (parlo di questa terra perché vivo qui), la mafia è nella vita di tutti i giorni. Noi siamo mafiosi quando cerchiamo un lavoro, quando andiamo a votare perché cerchiamo l’uomo che ci sistemi, perfino quando il lavoro già l’abbiamo e lo portiamo avanti rendendoci complici di tante pratiche, nel settore privato si trovano esempi eccellenti. Molti lavori qui si comprano anche. Lo so che il bisogno porta a tutto ma non è necessario essere ipocriti però, ammettere come stanno le cose è il passo primo per l’onestà. E allora da anni mi chiedo a cosa serva commemorare. Da anni ho scelto di non riempirmi più la bocca di slogan e di frasi ad effetto, di citazioni di magistrati, di preti antimafia, di giornalisti (quelli veri) uccisi. La mafia è prima di tutto “cultura” di popolo, nella quale le organizzazioni mafiose affondano le loro radici, crescono, ottengono il consenso e strutturano il loro sistema parastatale. Se non si sradica quella non cambia nulla, cambiano i modi di fare mafia ma non cambiano le basi. Le culture non si sradicano, l’antropologia lo sa bene. Io in questa “cultura” ci vivo, ne faccio parte, mi sono arreso e come un vigliacco non lotto più per cambiare, ho scelto la via di fuga. Ho fallito è vero, però lo voglio ammettere, voglio fare questo piccolo passo verso l’onestà. E’ per questo che non commemoro più, non sto bene con la coscienza. Non riesco a fare un corteo il 23 maggio, un altro il 19 luglio e poi tornare a casa sapendo che nelle nostre azioni quotidiane continuiamo ad agire secondo la nostra…”cultura”. Non voglio più sentirmi ipocrita, ho scelto il silenzio.

Articolo preso da Informare per Resistere

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