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Il sole dei morenti

Barboni. Senzatetto. Pezzenti. Senza fissa dimora. Quegli “esseri” – scrive Jean-Claude Izzo – “che possiamo incrociare ogni giorno per strada. Esseri di cui perfino lo sguardo ci è insopportabile”. Che si aggirano d’inverno, con neve e ghiaccio, la stagione più temuta dai barboni. Soprattutto da quelli morenti.

Il recente clima gelido, e alcune lodevoli iniziative di volontari e amministrazioni comunali pensate per correre in soccorso a persone che dal freddo possono essere uccise, mi ha portato a rispolverare, e a rileggere, un libro che a suo tempo mi aveva emozionato e che contiene una delle più belle descrizioni della vita di strada di un barbone. Si tratta de Il sole dei morenti di Jean-Claude Izzo, scrittore francese – anzi, marsigliese – di origine italiana molto noto per il grande successo della sua trilogia noir poliziesca, Casino totale, Chourmo e Solea,  ambientata, appunto, per le strade di Marsiglia.

Il sole dei morenti è un libro tristissimo che, attorno a una vicenda apparentemente banale (un barbone di Parigi, Rico, quando vede morire di stenti e freddo, al suo fianco, un caro amico, Titì, decide d’intraprendere un viaggio verso la sua città d’origine, Marsiglia, con l’intenzione di morire al sole della costa), costruisce un vero e proprio mondo, direi quasi un microcosmo, che spazia dai ricordi giovanili all’idea di amicizia vera, dagli errori nella vita che possono portare alla disperazione e sulla strada sino alla difficoltà, per un barbone, di muoversi anche per brevi tragitti cercando di evitare discriminazioni ed episodi di violenza.

Anticipo che in questo libro non c’è nulla di “solare” o di positivo: ogni aspetto è trattato nel suo lato più oscuro e negativo. Dagli amori con prostitute consumati in fretta alle risse, dai piccoli furti alle liti con controllori e forze dell’ordine, dai ricordi del passato, e di una vita normale, che dilaniano i pensieri notturni sino alla mancanza di una casa o di un luogo tranquillo dove poter riposare. Già la citazione iniziale di Juliet Berto – “Bisogna tenere a mente il colore della propria ferita per farlo risplendere al sole” – fornisce un buon indizio sul tono dell’opera.

Man mano che le pagine scorrono, gli ospedali, anche se i piedi sono congelati o si tossisce sangue, diventano luoghi assolutamente da evitare (“Va a finire che ci crepi”), la mappa della metropolitana è mandata a memoria per spostarsi alla ricerca di calore o di vodka a buon prezzo, il vino tiene caldo più a lungo di un caffè ma uccide, i ricordi sono “buoni solo a far piangere”, la fame diventa “la più precisa di tutte le sveglie” ma, alla fine, si sopporta meglio del mal di denti. Anche perché i denti non ci sono più.
Il romanzo si apre, cosa particolare, con una scena molto dinamica (il talento di Izzo per le descrizioni vivaci è notorio): la morte di un barbone per stenti movimenta un intero quartiere, con televisioni, interviste ai “colleghi”, discorsi di politici. Ma tutto ciò dura il tempo di una giornata, e alla sera ogni cosa è dimenticata. Una simile indifferenza porta Rico alla decisione di lasciare Parigi: “crepare per crepare, meglio crepare al sole”, cerca di autoconvincersi nel momento in cui vede come impossibile la possibilità di rifarsi una vita e di uscire dalla strada.

Il mare, le spiagge bianche e il sole di Marsiglia sono, per il barbone, i migliori ricordi, e si collegano a un tempo nel quale stava bene, prima che tutto crollasse. E proprio “quei ricordi inalterati, gli unici bei ricordi che gli rimanessero, meritavano un altro viaggio a Marsiglia.” Morire per morire, dice di nuovo il protagonista, perlomeno è meglio morire fedeli a istanti come quelli.

La parte iniziale del libro racconta la vita felice di Rico, quella che potremmo definire la sua prima vita, lavoro, famiglia, amore e figli, ma anche quella stessa vita che, improvvisamente, lo porterà sulla strada non appena tutti i piani inizieranno pian piano a smantellarsi.

Nella seconda vita da barbone si ripetono, alterati nelle loro prospettive, momenti della prima vita: il lavoro redditizio di rappresentante (e il problema se assumere o no una donna di servizio) diventa, sulla strada, il problema dell’elemosina come unica fonte di reddito, con i rimorsi connessi (“… chiedere l’elemosina aveva un vantaggio. Permetteva di non pensare. Rico aveva scoperto che per aprire la porta dell’ufficio postale, tendere la mano, dire buongiorno, arrivederci, grazie, grazie mille, tante grazie, arrivederci, buona giornata, bisognava avere la mente completamente vuota” anche se ‘tendere la mano vuol dire ammettere, una volta per tutte, che siamo fuori dal giro, che non ce la faremo più’. Ma Rico aveva trovato anche il modo per superare quella vergogna e per annegare quell’umiliazione: si beveva un bel litro di vino, poi uno o due caffè ristretti per mascherare l’odore e si concentrava su ogni persona che entrava nell’ufficio postale”).

Il percorso sulla strada è descritto anche nei comportamenti criminali: le rapine alle coppiette che si fermano al bancomat, l’accesso a locali abbandonati o a cantieri, il livello dell’asticella che, insomma, si sposta sempre più in là per sopravvivere, proprio come il risentimento del barbone nei confronti della moglie che lo abbandonò che assumerà, ben presto, toni di violenza esasperata, soprattutto nei sogni (“siamo pieni di brutti sogni. È perché viviamo così…”).

Le piccole cose diventano di fondamentale importanza. L’attenzione a un vestito, spesso rubato, è la via per cercare per un attimo di non essere ciò che sei (“è pazzesco, si era detto, come è facile apparire quello che non sei. Una giacca nuova e puoi confonderti nella folla. Vestito così non attirava lo sguardo di nessuno. Finché non gli si guardavano i piedi, naturalmente. Le scarpe tradiscono. Quando chiedeva l’elemosina all’ufficio postale, poteva distinguere i disoccupati da chi aveva un lavoro. Con un’unica occhiata ai loro piedi. ‘Quando sono arrivato a Parigi per studiare’ gli aveva raccontato Titì ‘ho vissuto più di un mese quasi senza un soldo. Avevo una soffitta in rue Luyens all’angolo con boulevard Raspail. La mattina mi mettevo la cravatta, m’infilavo la giacca del mio unico vestito e scendevo a comprare il pane. La panettiera mi propinava le stesse gentili banalità riservate agli altri clienti. Per via del mio aspetto. Era lontana mille miglia dall’immaginare che una volta tornato a casa la baguette me la sarei mangiata così, senza companatico’. L’abito fa il monaco, checchè se ne dica. Se adesso fosse andato a sedersi per terra di fronte al giornalaio, aveva pensato Rico, l’avrebbero immediatamente preso per quello che era: un morto di fame. Proprio così. E avrebbe ritrovato su di sé i soliti sguardi. Pietà, disprezzo, sufficienza, disgusto, paura… Soprattutto paura. La miseria fa paura. I disoccupati che entravano nell’ufficio postale non lo guardavano mai, non lo salutavano mai. La maggior parte di loro sapeva che dalla disoccupazione alla strada il passo è breve, soltanto una questione di tempo. Un anno, sei mesi, una settimana… Un giorno o l’altro, comunque sia”.

Possono essere numerosi, è vero, gli esempi nel cinema o nella letteratura con, al centro della storia, un barbone. Mi vengono in mente, ad esempio, il post-apocalittico La strada di Cormac McCarthy (anche in quel romanzo il freddo e il gelo sono protagonisti) o un bel legal-thriller come Suspect-Presunto colpevole, con Liam Neeson senzatetto difeso da Cher. Però Jean-Claude Izzo ha questa grande capacità di descrivere un mondo dall’interno (compreso, a un certo punto, quello della prostituzione e della “vendita” degli esseri umani) senza banalità e con un realismo che mette i brividi, con la durezza di un tipico (e bravo) scrittore di noir, tanto che in tutto il libro ogni parola sembra una pallottola, e, soprattutto, in maniera neutra, senza prendere parti o simpatie ma lasciando al lettore la riflessione su temi così importanti.

Jean-Claude Izzo
Il sole dei morenti
2000, Edizioni e/o

Articolo Preso dal Giornale Online Ilfattoquotidiano

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