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I droni volano in Niger

– di Michele Paris –

A poco più di due settimane dall’inizio delle operazioni belliche francesi e americane in Mali, ufficialmente per combattere l’avanzata dei terroristi verso la capitale, Bamako, gli Stati Uniti hanno siglato un accordo con il governo del vicino Niger per stabilire una propria base militare in questo poverissimo paese dell’Africa nord-occidentale. L’iniziativa è il frutto di mesi di trattative e conferma come il pretesto della lotta all’estremismo islamista venga utilizzato da Washington per espandere la propria presenza in un continente sempre più importante per i suoi interessi strategici.

La rivelazione del raggiungimento di un’intesa tra gli Stati Uniti e il Niger è stata riportata per la prima volta dal New York Times e i termini di essa prevederebbero l’apertura di una struttura da cui partirà una nuova flotta di aerei senza pilota (droni) con compiti di sorveglianza e di raccolta informazioni in una regione sempre più instabile proprio a causa delle manovre occidentali di questi anni.

Questi obiettivi relativamente limitati, secondo quanto hanno dichiarato al Times fonti del governo statunitense, potrebbero però essere ampliati nel prossimo futuro, fino a includere bombardamenti “mirati” nel caso la situazione in quest’area dovesse aggravarsi. Quest’ultima opzione era stata recentemente confermata dallo stesso segretario alla Difesa uscente, Leon Panetta, il quale poco dopo la strage nella struttura estrattiva algerina di In Amenas aveva minacciato di perseguire i terroristi in Africa settentrionale con gli stessi metodi impiegati in paesi come Pakistan, Yemen e Somalia.

Nonostante il tentativo da parte di Washington e dei media di collegare la creazione della nuova base in Niger con gli eventi delle ultime settimane in Mali, i negoziati con Niamey, come già anticipato, erano in corso da tempo, dal momento che essa risponde agli obiettivi strategici USA in Africa, ugualmente codificati da anni negli ambienti di potere d’oltreoceano.

Proprio a questo scopo era stato creato nel 2008 il cosiddetto Comando Africano (AFRICOM), così da ottenere, con il pretesto della lotta al terrorismo, la progressiva militarizzazione del continente, in primo luogo per contrastare l’espansione della Cina, in grado nell’ultimo decennio di stabilire partnership con molti paesi per lo sfruttamento delle loro ingenti risorse energetiche.

L’accordo prevede poi il dispiegamento in Niger di 300 soldati americani e, come accade regolarmente in altri paesi, ad essi sarà garantita la totale impunità per qualsiasi crimine dovessero commettere. In Niger, peraltro, sono attualmente già presenti una cinquantina di militari provenienti da Washington.

Il Pentagono può comunque contare sulla disponibilità di alcuni paesi africani che hanno già messo a disposizione dei droni americani apposite strutture segrete, in particolare Etiopia, Burkina Faso e Mauritania. Piccoli contingenti militari sono poi schierati in questi ed altri paesi, tra cui un centinaio di uomini inviati lo scorso anno da Obama in Africa centrale, teoricamente con l’incarico di appoggiare i governi locali nella lotta contro l’Esercito di Resistenza del Signore, un gruppo guerrigliero ribelle attivo tra Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.

La base in Niger, soprattutto, potrebbe rappresentare il corrispondente in Africa occidentale di quella finora considerata come la più importante del continente, situata a Djibouti (Camp Lemonnier), che ospita circa duemila soldati USA. Da questa base vengono condotte le incursioni con i droni nella vicina Penisola Arabica e in Somalia.

Sempre secondo i resoconti dei media d’oltreoceano, inoltre, il Pentagono starebbe valutando anche la possibilità di istituire ulteriori basi in altri paesi dell’Africa nord-occidentale, tra cui, come ha scritto martedì il Wall Street Journal, l’Algeria. L’amministrazione Obama ha tutta l’intenzione di intensificare la collaborazione con Algeri per combattere Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), il gruppo integralista che ha svolto un ruolo di primo piano sia in Mali sia nell’assalto alla struttura di In Amenas e che, secondo alcuni analisti, sarebbe una creatura proprio dei servizi segreti algerini.

Il riferimento all’Algeria suona come un velato avvertimento al regime della ex colonia francese, il quale aveva inizialmente visto con sospetto sia l’aggressione occidentale contro Gheddafi in Libia sia l’intervento diretto di Parigi in Mali per le possibili ripercussioni all’interno dei propri confini. Ad Algeri, però, sono in molti ad essere ben coscienti della possibilità da parte dell’Occidente di orchestrare una già più o meno apertamente minacciata rivolta interna ai fini di un cambio di regime, così che l’atteggiamento del governo guidato dal presidente, Abdelaziz Bouteflika, è apparso decisamente più accomodante nei confronti delle manovre di Washington e di Parigi negli ultimi mesi.

Tutti i segnali, in ogni caso, sembrano prospettare un impegno occidentale di lungo termine nel continente africano dopo l’intervento francese in Mali. La possibile durata addirittura ultra-decennale della campagna africana “anti-terrorismo” appena inaugurata era stata ipotizzata dal primo ministro David Cameron un paio di settimane fa, mentre a ribadirlo più recentemente è stato, ad esempio, il vice assistente al segretario di Stato americano per le questioni africane, Don Yamamoto, in un’intervista rilasciata alla Associated Press. Secondo il diplomatico statunitense, l’offensiva in corso in Mali “potrebbe durare anni”, perciò “non ci si deve illudere che le operazioni si concludano rapidamente”.

La minaccia del terrorismo jihadista in quest’area del globo è però, come al solito, un mero espediente sfruttato dai paesi occidentali per fuorviare l’opinione pubblica internazionale e giustificare un’occupazione prolungata che le popolazioni locali in larga misura rifiutano, nonostante la connivenza dei loro governi.

Gli obiettivi di Washington, così come di Parigi o di Londra, i cui governi fanno altrove affidamento su gruppi integralisti islamici per avanzare la propria agenda (Libia, Siria), sono piuttosto rivolti ad assicurarsi il controllo delle più cruciali riserve energetiche del pianeta, cercando di estromettere da questa corsa i loro rivali, a cominciare dalla Cina, con la forza militare.

Non è certo una coincidenza, infatti, che i due paesi al centro delle mire occidentali in queste settimane – Mali e Niger – abbiano stabilito relazioni commerciali molto solide con Pechino negli ultimi anni, suscitando le preoccupazioni degli Stati Uniti e di alleati come la Francia, che grazie ai giacimenti di uranio presenti in questa regione africana si assicura la propria indipendenza energetica.

A questo proposito, estremamente rivelatori sono stati alcuni documenti diplomatici USA pubblicati da WikiLeaks, i quali hanno ampiamente dimostrato come in Niger – il paese che ospiterà la nuova base militare a stelle e strisce – le operazioni cinesi nel settore estrattivo e delle infrastrutture siano da tempo osservate con profonda inquietudine dal governo di Washington.

http://www.altrenotizie.org/esteri/5306-i-droni-volano-in-niger.html

Articolo preso da Informare per Resistere

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