di Nando Dalla Chiesa i siciliani.it
Vuol dire che non ce la fa a sfidare frontalmente la storia, a piantare il suo nome nel grande libro nero dei complici della mafia o della grande corruzione che ha devastato il Paese. E quindi si ingegna di salvare insieme la propria poltrona (intesa come status di relazioni presenti e future) e la propria onorabilità davanti ai posteri.
Attenzione: non è che venga assolto. Semplicemente non viene condannato.
Nel senso che il processo va rifatto. Oppure si trascina il processo fino al momento in cui “purtroppo” scatta la prescrizione. Oppure si concedono giusto quelle attenuanti (anche le più comiche) che fanno scattare sempre Santa Prescrizione. Insomma, si evita l’effetto “assalto al giudice”, tipo quello che toccò a Caselli.
Poi però, ed ecco la botta di indipendenza, nelle motivazioni si scrive che i fatti imputati sono sostanzialmente tutti veri. Certo il reato – che so, l’associazione mafiosa – è durato fino al 4 ottobre del 1991, mentre già dal 5 ottobre, oplà, non si può più dire (è la chirurgia, bellezza…).
La sentenza così può essere usata a difesa delle proprie ragioni da tutti e due gli schieramenti: quello dell’imputato, che reclama l’innocenza del proprio beniamino; e quello avverso all’imputato, che sottolinea la veridicità dei fatti.
Il guaio è che i due schieramenti hanno una potenza di fuoco mediatica molto diversa. E quindi la tesi dell’innocenza sarà la tesi che entrerà con più facilità nelle teste degli italiani. Insomma: il giudice, chiamato a chiudere una partita, non fa che riaprirla e affidarla ai rapporti di forza sociali. Che è il contrario della giustizia. O no?

No comments yet.