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FiascoJob attende
Il prossimo perielio
Nel Fine Luglio 2061
Per L'osservazione della
cometa di Halley.

Ego te absolvo in nomine Pilati

di Nando Dalla Chiesa i siciliani.it

Vuol dire che non ce la fa a sfidare frontalmente la storia, a piantare il suo nome nel grande libro nero dei complici della mafia o della grande corruzione che ha devastato il Paese. E quindi si ingegna di salvare insie­me la propria poltrona (intesa come status di relazioni presenti e future) e la propria onorabilità davanti ai po­steri.

Attenzione: non è che venga assol­to. Semplicemente non viene condan­nato.

Nel senso che il processo va ri­fatto. Oppure si trascina il processo fino al momento in cui “purtroppo” scatta la prescrizione. Oppure si con­cedono giusto quelle attenuanti (an­che le più comiche) che fanno scatta­re sempre Santa Prescrizione. Insom­ma, si evita l’effetto “assalto al giudi­ce”, tipo quello che toccò a Caselli.

Poi però, ed ecco la botta di indipen­denza, nelle motivazioni si scrive che i fatti imputati sono sostanzialmente tutti veri. Certo il reato – che so, l’associazione mafiosa – è durato fino al 4 ottobre del 1991, mentre già dal 5 ottobre, oplà, non si può più dire (è la chirurgia, bellezza…).

La sentenza così può essere usata a difesa delle proprie ragioni da tutti e due gli schieramenti: quello dell’imputato, che reclama l’innocen­za del proprio beniamino; e quello avverso all’imputato, che sottolinea la veridicità dei fatti.

Il guaio è che i due schieramenti han­no una potenza di fuoco mediatica molto diversa. E quindi la tesi dell’innocenza sarà la tesi che entrerà con più facilità nelle teste degli italia­ni. Insomma: il giudice, chiamato a chiudere una partita, non fa che riaprirla e affidarla ai rapporti di forza sociali. Che è il contrario della giustizia. O no?

Articolo preso da Informare per Resistere

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